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Sorge su un colle alla destra
del torrente Cigno (affluente del fiume Biferno).
Il primo documento relativo alla storia di Ururi è costituito
dall'Atto di donazione (dicembre 1075) disposto da Roberto,
primo conte di Loritello (l'attuale Rotello), nipote di
Roberto il Guiscardo, di un monastero di "Santa Maria in Auròle", a favore
della chiesa di Larino; l'espressione "in loco qui dicitur Auròle..."
fa capire che si trattava di un feudo rustico, in cui si trovava la piccola chiesa di
Santa Maria, costruita verso il 945 e distrutta in seguito, nucleo intorno al quale,
appunto, ebbe origine l'abitato di Ururi. Lo stesso luogo si trova citato in una Bolla di
papa Lucio III del 1181, in una Bolla di Innocenzo IV (1254) e nel Catalogo dei Baroni del
Regno, con l'espressione "Aurora". Nel 1284 Carlo II ordinava agli abitanti di
San Martino di non recar molestia agli abitanti in "Casale Aurelio".
Nei regesti del 1320 il luogo è chiamato "Casale Aurio" o " Orerio".
- Nel 1362 non esisteva che un misero villaggio, tanto che Giovanna I di Napoli, in seguito ad un terremoto, concesse degli
sgravi fiscali. Una seconda ed analoga catastrofe causò, nel 1456, l'esodo in massa degli
abitanti.
- A seguito di un appello del re di Napoli, Ferrante I, e di papa Pio II (1463), i
vescovi di Larino, cui apparteneva il feudo di Ururi, favorirono l'insediamento di gruppi
albanesi, penetrati nel reame
- ( terza
migrazione) : nel 1461, infatti, lo stesso re
Ferrante I di Aragona, figlio ed erede di Alfonso, per superare le lotte con la fazione
angioma, aveva chiamato in aiuto Giorgio Castriota, che gli
era legato da un debito di riconoscenza per essere stato aiutato, a sua volta da Alfonso
contro il sultano Maometto il (1451-81); Giorgio inviò a
Ferrante un grosso corpo di milizie seguito dalle famiglie.
- Verso il 1465 i vescovi di Larino assegnarono Ururi ai coloni
albanesi, che costruirono l'abitato secondo i loro usi e dissodarono i terreni boscosi
della località.
- Giorgio Castriota "Skanderbeg"
moriva nel 1468 nella resistenza all'invasione dei Turchi ad Alessio; per sfuggire al
giogo ottomano, le ricche famiglie dei Musacchio, Tanassi, Peta, si aggiunsero ai gruppi
stanziati nel Molise.
- I contrasti con gli abitanti dei paesi vicini si accrebbero
col passar del tempo; gli albanesi di Ururi, nel 1539, furono cacciati dal luogo e le loro
case date al fuoco. Tanta era l'ostilità nei loro confronti che, in un documento dell'11
febbraio 1550, la R. Camera assentì all'obbligo dell'università dei Larinesi di
corrispondere al vescovo le stesse fittanze ritratte dagli albanesi per il feudo di Ururi.
Nel 1561 mons. Balduino, vescovo di Larino, diede il
possedimento in enfiteusi a Teodoro Crescia, o Crisma, albanese, per sé e i suoi figli
legittimi e discendenza in linea retta, in perpetuo, per il censo annuo di 300 ducati. Gli
albanesi poterono così ritornare ad Ururi: nel 1583 la popolazione del paese era
completamente albanese. Purtroppo l'affitto cessò subito, e l'ordinario di Larino tornò
alla gestione diretta del feudo.
- Le traversie del paese, e della Comunità albanese che vi
risiedeva, non erano terminate.- la rivoluzione di Masaniello e i disordini del Regno del
1647 portarono devastazioni; nel 1656 la peste infierì sul piccolo centro, che fu
abbandonato.
- Nel 1663, come si deduce dal prezziario del Tabulario Pinto, verso levante di Larino, distante 5 miglia di
strada malagevole, sorgeva "Dudurni", che contava
79 fuochi, cioè 553 abitanti. Nella numerazione dell'Amagiore (1669) il centro è
ricordato con il nome "Deruri". Alla crescita in
prosperità del paese, purtroppo, non corrispose la sopravvivenza di certi usi e costumi.
Con la dominazione spagnola anche la lingua albanese subì nuovi influssi, e sotto mons.Catalani (1686-1703) venne abolito i! rito 'greco (lontano ricordo
del vecchio rito albanese è rimasto il termine impongo la corona per indicare la
cerimonia delle nozze).
- Gli anni che seguirono sono contrassegnati, nel registro
parrocchiale dei morti di Santa Maria delle Grazie, da annotazioni di decessi avvenuti per
morte violenta. Gli albanesi, evidentemente, dovettero, come già era successo in
precedenza, passare per masnadieri e rivoltosi, a causa della insofferenza degli abitanti,
italiani, dei paesi vicini.
- Con il 1798 - 99 gli abitanti di Ururi e, in genere, tutti gli
albanesi del Molise, entrarono da protagonisti nelle vicende del regno di Napoli,
svolgendo un'azione antirepubblicana e inserendosi nel Movimento
Sanfedista.
- Le cinque comunità albanesi che sono in detto contado, tutte
in armi scorrono le città e le campagne, commettendo devastazioni e macelli ".
- Pochi giorni dopo (in febbraio) mille tra albanesi e larinesi,
guidati da Michelangelo Fiocco di Portocannone invadevano e
saccheggiavano Casacalenda, roccaforte dei liberali. Ururi vi partecipava con 50 uomini.
Dopo due giorni, il paese messo al sacco cadeva; si legge nel rapporto di Francesco
Lomonaco al cittadino Cannot: "
gli albanesi sulle rive dell'Adriatico del
Dipartimento del Sangro, avvezzi all'assassinio e al contrabbando, per l'esca del bottino
formarono orde furiose, portando da per tutto l'infamia, la desolazione e la morte".
- Nel giugno dello stesso anno le masse armate albanesi,
comandate da don Paolo Norante di Campomarino si unirono al
gen. Giambattista De Cesare, giunto a Campobasso. Norante fu
lasciato nel Molise come alter-ego del generale, con l'incarico di guidate gli albanesi
nella distruzione di ogni residuo repubblicano nella provincia. Seguì l'invasione di vari
centri (Montagano, Sant' Elia a Pianisi), che fu particolarmente cruenta, tanto che Micheroux deplorò gli eccessi degli albanesi e promise di parlarne
al Ruffo; allo stesso si rivolsero, inutilmente, gli abitanti
di Sant'Elia, cui era stata avanzata la richiesta di un esoso riscatto, chiedendo che
fossero allontanati dal paese gli albanesi.
- Ururi venne incorporata nel distretto di Larino nell'anno 1807
e non fece più parte della Capitanata, bensì, dal 1811, del Molise. Iniziarono in questi
anni le vicende che ebbero un triste epilogo nel 1818, con la strage dei Vardarelli.
Era tornato dalla Sicilia, dove era fuggito da disertore, Gaetano
Meomartino, e si era messo a capo di una banda di uomini armati che saccheggiava le
campagne; sapeva che il dar noia all'occupazione francese lo avrebbe fatto tornare nelle
grazie del governo borbonico, per il quale si preannunciava l'imminente restaurazione. La
polizia non riuscì ad arrestare la banda, e Meomartino ritornò in Sicilia, dove, per i
suoi " meriti " fu reintegrato nell'esercito e nominato Sergente nel Corpo delle
Guardie. Ritornato a Napoli a seguito della restaurazione riprese le sue scorrerie,
aiutato stavolta da un maggior numero di uomini e dai suoi due fratelli, Giovanni e
Geremia. La banda fu detta dei " Vardarelli " perché il padre dei tre, Pietro,
era " vardaro ", ossia costruttore di basti e selle speciali per asini; ben
presto essa esercitò un forte ascendente sulle masse rurali, che la invocavano contro gli
abusi e le prepotenze dei ricchi. A nulla servì l'impegno e la preoccupazione del governo
per distruggerla: Gaetano Meomartino era ascritto alla Carboneria e riusciva a conoscere,
prima che fossero eseguiti, i provvedimenti studiati nei suoi confronti, Fu così che si
giunse ad una soluzione mai, prima d'allora, ricordata nella storia: un R.D. del 6/7/1817
non solo perdonava i misfatti della banda, ma la trasformava in Squadriglia autonoma di
armigeri " sottoposta agli ordini dei Generali comandanti delle Province. Era
nell'intento del Governo riuscire a perderli, tramando sottili congiure: fu invece una
circostanza fortuita che ne attuò i desideri. Essa si ricollegava ad una vicenda d'onore
" sorta tra due famiglie di Ururi, gli Occhionero e i Grimani. Nicola Grimani aveva ospitato, nel 1799, il comandante
delle truppe francesi di passaggio.Vista nella casa di fronte una bella signora, che seppe
essere una Occhionero, l'ufliciale si recò a farle visita, il marito ringraziò il
cortese comandante, ma rifiutò categoricamente che egli le potesse renderle omaggio; da
qui la lite, e uno schiaffo all'Occhionero da parte del francese. Nacque così tra le due
famiglie un livore durato circa mezzo secolo, e continuamente rinnovato da aggressioni,
calunnie, assassini.
- I Meomartino, forse istigati dagli Occhionero, ebbero una
parte importante nelle vicende incorse ai Grimani: capi di bestiame uccisi, messi
incendiate, ed, infine, oltraggi alle loro donne Accordatisi con Nicola Campofreda di
Portocannone, i Grimani vollero vendicarsi (e forse anche gli Occhionero erano stanchi
dell'invadenza dei Vardarelli); il 9 aprile 1818 Gaetano, Geremia e Giovanni. passavano in
rivista la Squadriglia nel Largo della Porta (attuale piazza Vardarelli): furono raggiunti
da una scarica di fucileria. Nel silenzio, sulla piazza terrosa erano rimasti sette
cadaveri: i Meomartino ed altri quattro della loro squadra.
- Ururi, cittadina simpatica, nota anch'essa come le popolazioni
di Portocannone e San Martino in Pensilis per la
"Carrese". Fra aprile e
maggio infatti sono interamente coinvolte da un rito affascinante: quello della corsa di
carri trainati da buoi, seguiti da giovani a cavallo. La contesa, in cui i cittadini e gli
appassionati si dividono in due grandi fazioni nutrite da rivalità folcloristica: i
"giovani" ed i "giovanotti", ha in palio l'ambito premio del diritto
di portare in processione il Santo protettore o la Madonna protettrice del luogo. Uno
spettacolo senza pari di colori, passione e natura, da lasciare stupefatte le migliaia di
turisti che ogni anno accorrono in una di queste località per assistervi.
La "Carrese" ad Ururi ha luogo il 30 maggio,
ma la cittadina é nota pure per la "miscisca":
l'antico cibo dei pastori. Gli abitanti si chiamano Ururési.
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Una foto storica di Ururi




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- Immagini della "Carrese"
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