Interessanti sono da visitare:
la Chiesa di Santa Maria della Croce. Fu costruita nel 1762 per volontà
del marchese Benedetto Saraceno. Il luogo di culto è arricchito da preziosi paramenti;
- il
Palazzo Marchesale, realizzato quale
ampliamento e ristrutturazione di una precedente residenza fortificata (XV-XVI secolo) è
posto al centro dell'abitato. Ad un nucleo originario del '600, visibile sul lato che
guarda a mezzogiorno, che si caratterizza per una particolare articolazione muraria, su
cui si innestano due garitte, vennero aggregate, verso la fine del '700, altre strutture,
che trasformarono radicalmente l'edificio.Esso si eleva di circa sedici metri dal piano di
città. L'impressione di imponenza si spiega col fatto che tutto il palazzo è composto
soltanto da un piano terra, da un primo piano e da un sottotetto, visibile in facciata per
una serie di finestre circolari.
La facciata si spiana, quindi, con ampie campiture: un portale in stile barocchetto,
sormontato dallo stemma dei Saraceno; nove finestre al primo piano, con l'architrave
decorato da un piccolo frontone in stile rococò. L'impressione di piacevole leggerezza è
conclusa da un cornicione finale, agile e lineare. I corpi aggregati sul lato a
mezzogiorno sono ornati da insignificanti file di bugnati. Il maestoso cortile, in cui
sono state sistemate alcune rimesse per auto, realizzate in maniera precaria, è un vero
quadriportico, che precede il portale, ed accresce la sensazione di imponenza
dell'edificio con effetti scenici studiati. Il lato opposto a quello dell'ingresso al
cortile è costituito da un androne a tre fornici, nel cui interno è sistemato uno
scatolone a due rampe, che concorrono ad uno stesso pianerottolo; l'insieme costituisce
l'ingresso di rappresentanza; sull'architrave della porta del pianerottolo una scritta
lapidea ricorda il nome di chi ha realizzato l'opera, Andrea Saraceno, e l'anno di
costruzione, il 1794. Per l'alto valore architettonico l'edificio costituisce uno dei
migliori esempi di residenze nobiliari dell'intero territorio tarantino. Di recente un
decreto ministeriale ha apposto il vincolo storico, dichiarandolo monumento nazionale.
Si possono ammirare nel suo interno vasti saloni con decorazioni di ottima fattura sulle
pareti. Le coperture in legno, poste ad un'altezza di circa cinque metri dal pavimento,
sono realizzate con travi a vista ed assi di legno, anche queste decorate con motivi
floreali. Nell'interno di un salone è stato ricavato un appartamento di più vani per
mezzo di paramenti murari non più alti di due metri. Al di sopra di questi divisori lo
spazio rimane unico ed intero. Con tutta probabilità altri affreschi sui muri sono
coperti da spessi strati di calcina. Opportuni saggi potrebbero darne conferma. In alcuni
punti è possibile intuire la trama muraria in opera incerta, appena visibile sotto uno
strato di pittura a calce, che serve a coprire i punti in cui è caduto l'intonaco. Non
tutto l'edificio è realizzato con muri in opera incerta, infatti le strutture più
recenti sono costruite con conci di tufo dal taglio regolare. Comunque, nonostante la cura
e la cautela degli inquilini, fittuari, le decorazioni sulle pareti e sui soffitti vanno
sempre più rovinandosi per le infiltrazioni di acqua piovana attraverso i tetti
"imbriciati". Si possono ammirare, ancora oggi, alcune porte di stile rococò,
che risalgono con certezza alla fine del '700, opera dei falegnami Giuseppe Turchetti, di Bisceglie, G.
Saverio Spina, di Taranto e Giuseppe vescovo, di Napoli, a cui don Andrea aveva dato l'incarico. La fornitura
comprendeva la messa in opera di porte, finestre e controsoffittature in canne e legname.
Una "vox populi" ha sempre sostenuto che la residenza dei Saraceno
custodisse preziose opere d'arte, fra cui alcune tele del Caravaggio,
del Lippi e di Luca
Giordano, ma che di queste non era
rimasto più nulla, essendo state portate a Napoli e altrove. Una tela di grandi
dimensioni 2,70x2,00, di soggetto profano, e quindi di maggiore interesse, che il
proprietario attribuisce a Luca Giordano, si ritrova nella Masseria dell'Era, a meno di un
chilometro dall'abitato di Montemesola. Il proprietario, sig. Giuseppe Cavallo, ritiene
che provenga dal Palazzo Marchesale: un'ipotesi attendibile, per un connubio di alta
valenza artistica del patrimonio culturale del territorio;
la Chiesetta della Madonna del Rosario. Allinizio
del 900, sorse, in luogo di una demolita chiesa albanese, la piccola chiesa della
Madonna del Rosario, su iniziativa della Confraternita omonima. Nel 1924 fu restaurata;
nella gravina di Montemesola è ben visibile un insediamento rupestre costituito da
grotte-abitazioni, frequentate fino a tutto il secolo scorso.
Centro storico
In molti comuni della provincia tarantina si ritrovano centri storici di
notevole interesse. Spesso una cinta muraria li separa dalle successive zone di espansione
urbana. Il centro storico di Montemesola, dalla pianta a forma di ellisse molto
schiacciata, particolare comune a molti abitati di impianto medievale, è in buona parte
racchiuso da una cinta muraria, su cui si ritrovano tre porte: la Porta di San Martino a settentrione, la Porta di San Francesco, che
guarda ad oriente e quella di San
Gennaro ad occidente. Doveva esserci
una quarta porta lungo il lato meridionale dell'abitato; lo proverebbe un toponimo di uso
dialettale, la "porticedda" con il quale abitualmente si fa riferimento
ad un punto preciso, in linea con la facciata del Palazzo Marchesale, dal
lato opposto alla Porta di San Martino. Nessuno in paese dice di averla vista, ma i vecchi
affermano che è crollata molti decenni or sono. Un atto notarile del 1773, che documenta
la vendita di 47 case del marchese Benedetto
Semeraro al figlio Andrea, pone fra le clausole quella che: ".... sia tenuto il detto
compratore di fabbricare a sue spese, e serrare la via pubblica tra dette case, con
costruirvi una porta , che deve essere la Porta Pubblica di detta Terra ...".
Una nota a margine di una lettera, che l'avvocato De Simone di Grottaglie scrisse al
sindaco di Montemesola il 26 maggio 1854 (mentre la nota è dell'8 giugno), informa che:
"... Il March. And. a Saraceno contrusse il nuovo paese con ordine e simmetria
allorché per la legge feudale egli era il padrone di Montemesola. Ma nel decennio perduti
i diritti abusivi feudali (gli espropri dei beni feudali e di quelli ecclesiastici
voluti negli anni del suo regno), non potè mandare in effetto altre costruzioni nella
contrada Palazzotti in questione. Ma si lasciò le mostre di fabbrica, a causa di
mantenersi la simmetria. Perchè teneva un genio per l'architettura. Di fatti nel 1820
dette mostre sono state pagate al March.e Saraceno e non già il suolo." Il
documento, comunque, insieme all'atto di vendita di 47 case di don Benedetto Saraceno al
figlio, attesta che, fra la fine del '700 e gli inizi dell'800, Andrea Saraceno
ricostruì l'abitato, e non per fini speculativi; infatti le tre monumentali porte non
potevano costituire fonte di guadagno. L'opera di Andrea Saraceno, che comunque fu
esortato ed incoraggiato dal padre, è un vero e proprio progetto di urbanistica, con
sventramenti e costruzione di ampie strade; un piano regolatore che prevedeva, fra
l'altro, il progetto di un intero quartiere, quello dei Palazzotti.
Il 2 maggio 1858 il Decurionato decise di vendere tre spiazzi (aree edificabili): il Largo
Guglia a sig. Salvatore Tripaldi, farmacista, per la somma di 136.50 ducati; lo
spiazzo fuori la Porta di San Martino allo stesso D. Salvatore, per 6.77 ducati e il Largo
Cocevolina, o San Francesco di Paola, o i Palazzotti a Nicola Franco per 386.36 ducati.
Dei tre spiazzi, due sono facilmente individuabili, e cioè quello dei Palazzotti, vicino
la Porta di San Francesco, e quello appena fuori la Porta di San Martino ; il terzo, il
Largo Guglia, potrebbe localizzarsi in un'area lungo l'attuale via Roma, in un punto
centrale fra il Palazzo Marchesale e la Porta di San Gennaro, e precisamente nei pressi
del Palazzo che il dott. Tripaldi, costruì nella seconda metà dell'800; un largo, al
centro del quale doveva ritrovarsi una guglia, in devozione di qualche santo. Questi erano
dei suoli messi in vendita dal Decurionato per raccogliere i fondi necessari alla
costruzione della Traversa, una strada di collegamento tra l'abitato e la
Provinciale Taranto-Martina.
Per i Palazzotti fu chiamato un architetto di Taranto, Davide Conversano, il
progettista dello storico piano Conversano, redatto per edificare il Borgo Nuovo
di Taranto. Il progetto dei palazzotti precede di qualche anno quello del Borgo Nuovo del
capoluogo. Comunque il Conversano non potè che rispettare il piano urbanistico voluto da
Andrea Saraceno, dal momento che buona parte degli edifici, che si ritrovano lungo Via
Vittorio Emanuele, hanno la base dei muri eretti fino a quasi quattro metri dal piano di
città, costruiti già prima del 1820, almeno trenta anni prima che l'architetto avesse
l'incarico. Tale particolare situazione poté consentire una realizzazione stilisticamente
unitaria e coerente di tutto il centro storico; in questo si ritrovano con frequenza
stilemi, che concorrono all'omogeneità del linguaggio di quell'architettura: il colore
bianco, portano a calcina sulla maggior parte degli edifici; una serie di decorazioni,
come particolari modanature, riquadri dai vertici raccordati con archetti concavi,
palmette, finestre e balconi con leggeri cornicioni in stile rococò sugli architravi.
Inoltre si nota un'assenza quasi totale di edifici emergenti o per lo stile, o per
l'eccessiva altezza. Un'analisi più attenta consente di notare come le costruzioni poste
ad occidente rispetto al Palazzo Marchesale siano di architettura più modesta rispetto a
quelle che si ritrovano perso la Porta S. Francesco. Oltretutto in quel punto è possibile
notare un'intenzione progettuale mirata e di buona architettura, proprio nel quartiere
voluto da Andrea Saraceno. I lavori lasciati a metà hanno sicuramente posto problemi
nelle fasi di completamento, originati dall'allineamento delle mura di cinta.
Probabilmente l'architetto tarantino risolse la zona di raccordo fra la rete stradale dei
Palazzotti e la cinta muraria creando un quadrilatero di strade a ridosso della Porta S.
Francesco. Senza dubbio il felice gioco architettonico creato con le curve concave di
alcune superfici murarie, di vaga ispirazione borominiana, fu un'idea di Andrea Saraceno.
Il marchese, comunque, pose la stessa attenzione su tutto l'abitato, in quanto, dopo aver
operato uno sventramento con la demolizione di decine di case, costruì ampie strade e,
fra le altre, via Roma, sicuramente la strada più importante di tutto il centro storico.
Egli operò anche un abbassamento del piano di città (altrimenti non si spiegherebbero i
gradini davanti a tutti i vani dell'isolato del Municipio), nella parte centrale di via
Roma, per consentire la realizzazione della fuga prospettica, chiusa nel punto di fuga
della bella facciata del Palazzo Marchesale. Via Vittorio Emanuele che, in asse con via
Roma, congiunge il Palazzo Marchesale con Porta S. Francesco, fu costruita essendo ancora
in vita Saraceno; le altre grandi strade, anche se realizzate successivamente, devono
ritenersi facenti parte del grandioso piano urbanistico pensato dal marchese, e cioè via
Regina Margherita, via Dante, viale della Rimembranze e viale Giardini.
La ristrutturazione del centro storico, come tutti gli interventi di carattere
urbanistico, cancellò le tracce di un'esistenza antica; sparirono i calvari (quello dello
Spiazzo Guglia) delle aree libere di un rado tessuto urbano, le strade strette e le
piccole case "canizzate"; anche nel dialetto sono scomparsi tanti
toponimi: strada Anime, via Cocevolina, strada la Piazza ecc. I
secoli hanno arricchito di decoro storico il rifacimento architettonico. Gli abitanti
vivono in spazi urbani di poco ingigantiti rispetto ad una concezione spaziale pensata a
misura d'uomo. Questa leggera dilatazione, comunque, ha consentito l'uso del traffico
automobilistico nell'antico sistema stradale, senza la possibilità di dover operare
pericolose modifiche.
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Veduta del centro storico

Un'affresco del Palazzo Marchesale
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