- L'abbigliamento nuziale
Ancora oggi, dinanzi a una riproduzione o a un antico abito albanese, nuziale o di gala,
ciò che maggiormente colpisce l'occhio dell'osservatore è la sontuosità e la regalità
del tutto. Studiando in particolare la tipologia dell'antico costume nuziale arbëresh
della Terra di Taranto e confrontandolo - su stampe e riproduzioni albanesi - con
l'abbigliamento della donna dell'Albania del tempo di Scanderberg o di alcuni centri
montani dell'area calabro-lucana, salta subito all'occhio una certa diversità nel modello
d'insieme. L'abbigliamento della terra di Albania del XV-XVI secolo risente, nello stile,
della moda tutta orientale, turca, mussulmana. Il figurino è ricco di veli e drappeggi
oltremodo mossi, il sotto dell'abito è quasi sempre "a lattuga" e non aperto e
ampio o plissettato, come quello adottato dalle donne levantine, poco dopo l'arrivo in
Terra d'Otranto.
Questi abiti avevano un costo esoso e venivano confezionati in casa o da maestre sarte,
che erano anche provette ricamatrici. L'abito da sposa, il sogno di tutte le giovani
arbëreshe e la sua lunga e costosa realizzazione era simile a un rito sacro. Era
confezionato con tessuti pregiatissimi, dai colori più delicati (erano preferite le tinte
pastello e quasi mai il bianco), con l'uso di accessori propri dell'occasione, come il
velo lungo e la corona, i gioielli più belli; a volte aveva un mantello con strascico,
che era d'effetto per lo stacco evidente della sposa dal corteo nuziale, quando percorreva
tutte le strade del paese a matrimonio avvenuto, prima di fermarsi alla casa del marito.
Anche gli ornamenti e gli accessori, propri della cultura della madrepatria, erano
sfarzosamente ricercati, invece li ritroviamo in maniera più sobria nel vestiario delle
donne albanesi di Puglia, pur conservandosi a lungo quell'insieme di finiture e
abbellimenti che - nell'uso abbondante del dorato, dei tessuti dai colori vivaci e
accessori vistosi - dava all'intero abbigliamento nuziale e soprattutto all'abito di gala
un non so che di esotico e quindi di diverso dall'abito italiano dello stesso tempo, dal
quale è però evidente il prestito del modello della gonna.
In ogni centro italo-albanese del Tarantino, come di tutto il Regno delle due Sicilie,
l'abbigliamento del giorno del matrimonio costituiva - per la sposa e le invitate - non un
modo di soddisfare il desiderio di esser belle, eleganti e ammirate, ma significava e si
mostrava come il simbolo di appartenenza a un gruppo ed era elemento di chiara e immediata
comprensione dello status etnico della persona o del gruppo stesso.
Gli abiti si confezionavano in casa e solo per i lavori di finitura o di alto ricamo si
ricorreva alla perizia di ricamatrici esterne. Ogni fanciulla, sognando il matrimonio, era
provetta tessitrice e il corredo e gli abiti, le trine a puntina o a filet, gli accessori
più ricercati erano il risultato di lunghe giornate e interminabili serate invernali,
trascorse a manovrare magistralmente le spolette canterine, che intrecciavano a volte fili
di vario colore, dorati e argentati in disegni fantasiosi per le ampie gonne e i corpetti
eleganti, che venivano confezionati. Spesso, i tessuti più pregiati (come la seta o il
broccato damascato) venivano acquistati alle grosse fiere annuali, specie in quelle molto
note di Casalnuovo (Manduria), Oria e Taranto.
Gli altri accessori erano di uguale bellezza, di seta erano le calze e le scarpe si
portavano alte, con fibule eleganti o fiocchi vistosi.
L'abito nuziale delle comunità albanofone nel suo insieme era costituito da cinque o sei
elementi base: una sottoveste, la cui parte superiore era spesso a vista, una gonna, un
corpetto (o l'abito intero), un grembiule, il copritesta e il velo. Tutti i pezzi erano
finemente realizzati al fine di mettere in risalto le bellezze muliebri, in particolare il
seno, sempre valorizzato nel costume albanese, mollemente drappeggiato dai merletti
plissati o sovrapposti a volant, che ornavano lo scollo generoso della camicia-sottoveste
(linja), la cui parte superiore si mostrava nel suo ricercato candore e contrastava
elegantemente col resto dell'abito.
L'abito aveva tutti gli orli ricamati in oro, con motivi floreali o geometrici, oppure
gallonati. Non sempre vi era "lu mantili", una sorta di ricercatissimo grembiule
di tulle e seta. Vi era poi il copritesta (la kescia) e un velo dalla delicata e
raffinatissima trama dorata o in seta, che poggiava regalmente sulle trecce brune,
acconciate a "corona" e fermato da quattro spilloni, in metallo prezioso e
finemente filigranati.
Ogni donna italo-albanese, da quella d'alto rango alla moglie dell'umile bifolco, tra XV e
XIX secolo, ha custodito sempre gelosamente e per tutta la vita l'abito nuziale e
possedeva il caratteristico abito di gala, sentito come il distintivo della propria
identità etnica, il legame più immediato, per la vista e il cuore, col profondo e
autentico spirito della lontana Albania.
Un discorso a sé meritano gli ori delle spose dell'Arberia tarantina. Tutte le donne
albanesi, anche quelle appartenenti a una classe sociale più misera, possedevano
gioielli, la cui fattura - magistralmente elaborata - li faceva somigliare ai tesori di
una regina, per la quantità e la fattura pregiata. Certamente il corredo di preziosi
delle donne levantine riflettevano le richieste, la moda, i gusti e anche i loro
sentimenti nazionali, visto che, ad esempio, molti bracciali, splendidi orecchini, spille,
grossi fermagli di cinture o spadini fermatrecce, spesso recavano il motivo - elaborato o
stilizzato - dell'aquila bicipite albanese o altri simboli della propria appartenenza
etnica. Non di rado l'abbigliamento muliebre si adornava di impareggiabili lacci d'oro,
lunghi sino alla vita, con ciondoli filigranati, originalissimi pendenti per le orecchie,
fascioni per le dita che le donne amavano portare sempre ingioiellate, e similmente il
décolleté, sempre evidenziato con grazia da colliers di una bellezza sorprendente.
Varie erano le tecniche di lavorazione di questi monili, che gli orafi del Regno
producevano con maestria; prima era la filigrana, quindi l'incisione, il metallo battuto,
la fusione, la smaltatura, ecc.
Le anziane di San Marzano mi hanno riferito che ogni donna riceveva il suo corredo aureo
soprattutto nel tempo del fidanzamento e che era la suocera, oltre al promesso sposo,
nelle varie ricorrenze, a donare alla futura nuora le parures tanto preziose.
Nelle occasioni di particolari cerimonie, nelle faste locali e nazionali e in altre
ricorrenze familiari, per ogni donna maritata era d'obbligo lo sfoggio dei suoi ori, che
andavano ad abbellire e a dare un tocco esclusivo all'abito di gala, col quale sempre si
indossavano tutti i gioielli.
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