La famiglia dei Castriota era di nobili tradizioni cristiane, molto conosciuta nella Repubblica di
Venezia. Con i Dukagini, gli Araniti, i Thopia, i Musaqi, i Baleha, gli Spano, i Koia-Zaccaria, gli Spata, gli Zenebisi ed i Gropa, rappresentava la casta feudale più potente
dellAlbania di allora. La cittadella di Croia (in albanese Kruja) era la
capitale del feudo che si estendeva attraverso i domini di Petrella, Petralba, Stellusio e
Sfetigrado.
- Giovanni Castriota, il padre del nostro Eroe, fu strenuo combattente
di sanguinose lotte contro i turchi. Per consolidare e difendere i suoi possedimenti
strinse amicizia con la Serenissima che nel 1413 gli conferì il titolo ereditario di
"cittadino veneziano". Quattro anni dopo si professò persino vassallo.
Per la lunga ed estenuante lotta contro gli eserciti della Mezzaluna fu costretto
a chiedere alla Repubblica di Venezia consistenti aiuti. Questi non furono però
sufficienti a fermare gli Ottomani ormai prossimi a conquistare il suo feudo. Anche la
Repubblica di Ragusa e la Chiesa di Roma gli vennero incontro, ma con scarsi risultati. Il
turco ormai aveva circondato i possedimenti e a Giovanni Castriota non rimase altro da
fare che scendere a patti con il Sultano Murat II, il quale lo
obbligò al pagamento di un forte tributo e alla consegna dei suoi quattro figli come
ostaggi. Tanto avvenne secondo le consuetudini dei conquistatori turchi.
Giovanni Castriota
era padre di nove figli dei quali cinque erano femmine. I maschi si chiamavano Giorgio, Costantino, Stanisha e Reposhi. Le figlie andarono spose a feudatari albanesi: Mamiza a Musaqi Tophia, Angela a Paolo Belcha, Angelina a Vladam Araniti, Vlaica a Gin Musaqi e Maria a Stefano Cernovich del Montenegro.
- Giorgio, secondo il Barlezio (Historia
de Vita et Gestis Scanderbegi, Epirotarum principis), fu preso in ostaggio dai Turchi
alletà di nove anni. La data è alquanto controversa. Dai turchi gli fu imposto il
nome di Scanderbeg (Iskander = Alessandro e bey =
signore). Presso il Museo storico di Vienna è conservata la
- spada datagli dal Sultano per le sue
prodezze in campo militare e che porta unincisione in turco "Al valoroso
Scanderbeg". Inizia così per Giorgio unepoca nuova, una
parentesi che lo tiene lontano dalla sua terra, un periodo che lo vede in poco tempo
crescere sotto tutti gli aspetti. Il sultano Murat II dispose che gli fosse data una
solida educazione al fine di poterlo destinare in un posto di comando. iorgio superò ogni
attesa imponendosi su tutti gli altri principi della corte per il suo coraggio e
lintelligenza nellarte bellica. Divenne ben presto una delle più potenti
spade dellIslam ed ebbe la nomina di sangiacco-bey.
Intanto in Albania, mentre
la gente soffriva la tirannia, giunse la fama del giovane Castriota e si iniziò a sperare
di un suo ritorno in patria. Emissari della sua famiglia lo raggiunsero di nascosto nel
quartiere generale del sultano e lo informarono della drammatica situazione degli
albanesi. Il giovane Giorgio non rimase insensibile allappello ricordandosi di
essere figlio dellAlbania e per di più un cristiano cattolico. La decisione di
ritornare in patria la prese dopo aver saputo della morte del padre.
Nel 1443 Murat II fu
sconfitto dal condottiero ungherese Giovanni Hunjadi a Nissa (Nish) e ciò portò un certo
sbandamento nellintera armata turca. Scanderbeg, approfittando del disordine per
porre in essere il suo piano, radunò un manipolo di fidi soldati, quasi tutti albanesi,
ed assieme al nipote Hamza, si dileguò rapidamente dal campo.
E
linizio per la piccola Albania di un periodo eroico e tutta lEuropa rimase
sbigottita per la titanica lotta che questo popolo, riunitosi in ununica forza, per
un quarto di secolo seppe resistere alle spinte degli eserciti ottomani, le cui intenzioni
erano linvasione dei Balcani, della stessa Repubblica Veneta, per poi giungere a
Roma. Un sogno rimasto tale proprio per le gesta delleroe nazionale albanese
Scanderbeg.
Kruja divenne
caposaldo delle prime organizzazioni ed il luogo dove Scanderbeg, ora cristiano
battezzato, diede inizio alla difficile operazione dellunificazione in ununica
bandiera delle disparate forze albanesi. Il primo tentativo nel 1444 riuscì solo in
parte. Aderirono, oltre a suo cognato Gino
Musaqi, altri signori strettamente
legati alla famiglia dei Castriota, come i Dukagjni. Riuscì,
fondando la "Lega dei popoli albanesi" a comporre un esercito di oltre
diecimila uomini ai quali si rivolse con un accorato appello prima di condurli sul campo
di battaglia per affrontare il nemico turco. Nel discorso riportato nellopera citata
dal Barlezio, appare in tutta evidenza il dramma delleroe, il desiderio di dare alla
sua terra la libertà perduta e il progetto di affrontare il nemico che poi si dimostrerà
efficace e strategico. Proverbiali sono i suoi piani di battaglia impostati sulla
guerriglia nelle aspre gole delle montagne albanesi e nel cogliere di sorpresa il nemico
nelle pianure, anche se numericamente superiore. La sua prima battaglia vittoriosa risale
al 20 giugno di quello stesso anno. Nel 1450 sconfisse il poderoso esercito osmano guidato
personalmente dal sultano Maometto II. Quattro anni dopo rifiutò la pace offertagli dai
Turchi, detentori di un vasto e potente impero, e la piccola Albania rimase lunico
paese cristiano in armi contro i musulmani. Kruja rimase sempre lobiettivo
principale dei Turchi che, però, subirono continue sconfitte dagli albanesi negli anni a
venire.
Scanderbeg, nel
frattempo, teneva ben saldi i rapporti con i regnanti doltre Adriatico. Nel 1457
venne in Galatina, nelle Puglie, in aiuto di Ferrante dAragona, per combattere gli Angioini. Anche i
rapporti con i Papi furono stretti. Per la sua indomita lotta contro i turchi gli
conferirono il titolo di "Atleta Christi".
Nel 1468 ad Alessio,
impegnato ancora in quella sua leggendaria impresa bellica, lo colse la febbre e mori tra
il pianto dei suoi fidi condottieri e dellintero popolo. Scomparve da eroe e non da
sovrano, lui amante delle libertà dei domini feudali e delle loro signorie. La sua figura
è rimasta un perenne simbolo di fulgido eroismo, anche in tutta la diaspora albanese.
Ancora oggi gli Arbëreshë ricordano le sue gesta soprattutto nelle rapsodie e nei canti
epici.
Con la sua morte,
ebbe inizio la rovina del popolo e delle contrade albanesi. Dopo dieci anni cadde
definitivamente leroica cittadella di Kruja in mano ottomana ed ebbe inizio
lesodo più consistente di albanesi che si stanziarono in Italia nella provincia di
Cosenza.
Alfredo
Frega
dal sito web "Lungro splendori
orientali" - http://web.tiscalinet.it/lungro