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Ray Johnson

 
 
Ray Johnson
 
 
Nessuno serio studio sull’argomento ha mai messo in discussione la consolidata e ben meritata reputazione di Ray Johnson quale principale originatore (o “padre”) dell’arte postale nella sua attuale accezione, anche se egli non è stato affatto, come Marinetti e Breton, un leader in senso gerarchico e “politico”, oppure, come Maciunas e Friedman, un teorico e coordinatore razionale: non ha redatto manifesti bensì ha elevato il frammento e il pettegolezzo a forma d’arte, le “espulsioni” dal suo giro di corrispondenti non erano vere epurazioni ma piuttosto parodie delle lotte interne alle avanguardie storiche. La sua è stata sempre una presenza enigmatica e defilata: un eremita che pareva conoscere tutto di tutti, un convinto individualista capace di imprevedibili atti di generosità, una figura mitologica già al suo primo apparire sulla scena artistica, una leggenda da tramandare piuttosto che un maestro da riverire.
 
 
Biografia
Nato a Detroit nel 1927, Raymond Edward Johnson ha studiato negli anni ’40, con insegnanti come Josef Albers e Robert Motherwell, al celebre Black Mountain College nel North Carolina, un laboratorio che ha partorito nomi di spicco dell’avanguardia americana di questo secolo, da Merce Cunningham a John Cage. Nel ’48, l’artista si è trasferito a New York, dove ha messo a punto, dopo alcune esperienze astratto-espressionistiche, le sue originalissime strategie operative, nel loro piccolo capaci di ribaltare assunti fondamentali del sistema dell’arte, oltre ad anticipare diverse tendenze, dalla Pop Art (è fra i primi ad integrare nei collages volti di celebrità come Elvis Presley e James Dean) al graffitismo (i messaggi visivi lasciati su mura urbane e i vignettistici animali onnipresenti nella sua opera - il coniglietto una sorta di marchio di fabbrica - precorrono di trent’anni gli omini di Keith Haring). Johnson ha però sempre preferito lavorare in copia unica e su piccoli formati, precludendosi così l’appoggio del grande mercato dell’arte, verso cui nutre comunque sentimenti contrastanti (rifiuta spesso di esporre o vendere i propri lavori). A volte associato a Fluxus per il carattere minimal-concettuale dei suoi progetti, egli è stato in realtà un talento unico facente scuola a se stante, un collagista e disegnatore dal tratto elegante ed essenziale, un artista “vecchia maniera” che ha saputo vedere ben oltre la propria formazione accademica, presagendo e svelando con le sue liste di contatti epistolari l’importanza di una nuova figura culturale: l’operatore di rete, una sorta di “animatore” che crea contesti per l’espressione collettiva. L’arte intesa insomma, pur senza alcun palese intento socio-rivoluzionario, come processo attivo e in progress di scambi tra individui e non come operazione commerciale, scavalcando le figure istituzionalizzate del critico e del gallerista.

Già nella metà dei ’50 Johnson crea i moticos, piccoli cartoncini sagomati con incollati disegni e ritagli di giornale ritoccati, esposti sui marciapiedi o nelle stazioni ferroviarie oppure, secondo l’estro del momento, spediti per posta ad amici, conoscenti, personaggi noti e perfetti sconosciuti (scelti dall’elenco telefonico, in base al suono del nome o altri criteri sibillini), accompagnati da messaggi criptici, giochi di parole, richieste all’apparenza assurde, inviti a “incontri” reali o fittizi (i cosiddetti nothings in cui, rovesciando il concetto di happening, non accade assolutamente nulla!). I contatti postali assumono gradualmente per l’artista, il quale per inciso ama utilizzare creativamente anche il telefono e altri mezzi di comunicazione, un’importanza sempre maggiore, ramificandosi in una vasta rete con centinaia di corrispondenti “abituali”, battezzata nei primi ’60 (pare dall’artista Fluxus Ed M. Plunkett) con il nome ironico di New York Correspondence School: un ibrido fra la pittorica New York School creata dai critici e le “scuole per corrispondenza” pubblicizzate all’epoca su riviste. La sigla conosce poi negli anni infinite ludiche variazioni, tutte segnalate da appositi timbri: New York Correspondance School, NY Gymnastic School, Buddha University, ecc., a cui occorre aggiungere le decine di “fan clubs” scherzosamente creati e coordinati da Johnson, dedicati a stars del cinema e altre celebrità che questi tenta, spesso con successo, anche di coinvolgere nelle sue corrispondanze. L’intera attività postale dell’artista si basa in realtà, e in questa semplice rivelazione sta tutta la sua grandezza, su un unico pun macroscopico (proprio per questo invisibile ai più): nella corrispondenza egli cerca sempre e solo delle corrispondenze, con un carosello infinito di riferimenti (immagini, citazioni, anagrammi, ecc.) capaci di mettere in relazione tra di loro due concetti (e/o due persone: mittente e destinatario) a prima vista senza nulla in comune.

 

“I giochi di parole non sono solo un gioco”, scriveva Alfred Jarry. La considerazione si attaglia perfettamente al lavoro di Johnson, in apparenza effimero e frammentario, ma osservato nel suo insieme (migliaia di comunicazioni ad altrettanti corrispondenti) orchestrato come una complessa sinfonia, in una fitta e geniale trama di temi ricorrenti, variazioni, gags, coincidenze e doppisensi: nelle parole dell’autore, “un fantastico, gigantesco mobile di Calder... costantemente in movimento”. Esistono fortunatamente, oltre a ispirati saggi di alcuni fedeli amici-critici (William S. Wilson su tutti), alcuni cataloghi in cui sono state radunate corpose raccolte private di lettere, che riescono a darci un’idea precisa della poetica globale dell’artista (ad esempio, Correspondence - An Exhibition of the Letters of Ray Johnson al North Carolina Museum of Art di Raleigh nel ’76), oppure cataloghi di mostre non “postali” (quale Works by Ray Johnson al Nassau County Museum di Roslyn Harbor nell’84, a cura di David Bourdon) che documentano la qualità eccelsa di collages realizzati con tecniche e supporti “poveri” quali pezzetti di cartone dipinti e poi scartavetrati, sempre strettamente connessi nel riciclo di temi e materiali ai lavori circolati per posta.

               

Soltanto una ventina di mostre personali in quasi cinquant’anni di attività, più un paio di retrospettive in musei pubblici, non sono forse gran cosa, ma non ci è dato sapere se è stata una forma depressiva, indotta dal mancato riconoscimento della propria statura artistica, che ha spinto Johnson a togliersi la vita in un’ultima (triste) performance che ha profondamente impressionato quanti lo conoscevano e stimavano. La data del 13 Gennaio 1995, il giorno in cui l’artista si è gettato vestito di tutto punto dal ponte di Sag Harbor a Long Island (forse non casualmente: “to sag” significa “cedere, andare alla deriva”), allontanandosi nuotando sul dorso, come riferito da alcuni bambini impotenti testimoni, e lasciandosi affogare nell’acqua gelida, assume un involontario valore simbolico, marcando in qualche modo la fine del “periodo aureo” dell’arte per corrispondenza.

Vittore Baroni

            

Estetica del complotto n°. 4.

Il 13 gennaio 1995 Ray Johnson, il Grande Padre dell'Arte Postale, si è suicidato tuffandosi da un ponte nelle acque gelide del Sag Harbor, nello stato di New York.

Pochi giorni dopo il suicidio, l'agente di Johnson, Rick Faigen e l'avvocato ingaggiato dai famigliari hanno fatto alcune scoperte sconcertanti: tutti sapevano del totale disinteresse di Ray per il lusso e le comodità, nondimeno sono stati trovati quasi 400.000 dollari in uno suo conto in banca, intestato a... Luther Blissett. A tre giorni dalla scomparsa, il postino ha consegnato una cartolina indirizzata a Ray, spedita da Los Angeles proprio il 13 gennaio. C'era scritto: 'Se stai leggendo queste righe, vuol dire che sono morto. Firmato: Ray Johnson'. Come faceva Ray a impostare quella cartolina a Los Angeles mentre si stava gettando nel Sag Harbor, a seimila miglia di distanza? Ovviamente qualcun altro sapeva che quel giorno Johnson si sarebbe suicidato. Chi era il misterioso mittente? Tutto questo gettava una strana luce sul caso. Un caso che poteva sembrare banale e già visto: ogni giorno c'è un artista disperato che decide di farsi fuori in qualche modo strano: simbolico. Ma questa volta mi trovavo ancora tra i piedi Luther Blissett, intestatario di un conto da far paura. La morte simbolica poteva essere una buona pista, sia che si fosse trattato di suicidio sia che qualcuno avesse dato una troppo affettuosa pacca sulla spalla a Johnson, in modo da spedirlo ai pesci. Il fiume portá all'Oceano, l'uno che confluisce nel multiplo. Era abbastanza Lutherista per i miei gusti. C'era ancora un indizio però che la polizia e i legali della famiglia non avevano considerato: un biglietto aereo per Città del Messico e un indirizzo scritto a mano su un foglio di block-notes accanto al telefono nella casa di Ray. Sul biglietto c'era scritto: Hotel Washington, Calle 5 de Mayo, Mexico, DF. Questo riportava a galla tutti i miei sospetti sulle connivenze tra Blissett e Marcos. Magari un Marcos cittadino, che si dilettava di telematica e networking. Ma era comunque presto per sbilanciarsi. Di certo suonava davvero strano che Johnson avesse deciso di partire, visto che a sentire gli amici pare fosse uno di quei tipi che fanno fatica a superare il cortile di casa. Eppure quel biglietto della TWA era intestato a lui. La partenza era prenotata per il 13 gennaio. Che bella coincidenza! Certo il modo di volare l'aveva trovato comunque... Eppure non poteva essere. Era quanto meno contraddittorio prenotare un volo per il Messico e pianificare la propria dipartita da questo mondo lo stesso giorno. E poi cosa andava a fare Ray Johnson a Mexico City? Tutto lasciava supporre che qualcuno avesse voluto sbarazzarsi del vecchio Ray. Sì, ma perché? A chi poteva dare fastidio un mail-artista plurisessantenne?

Telefonai al mio ex-collega Jerry Mullighan, che da qualche anno ammazzava il tempo giocando a Risiko per la CIA, e gli chiesi se sapeva qualcosa della misteriosa morte di Johnson, loro sanno sempre tutto, forse avrebbe saputo darmi qualche dritta. Sembrò che gli avessi premuto una mano sulla pancia durante un attacco di appendicite. No comment. L'unica cosa che gli strappai fu: "Se vuoi scoprire la verità segui le tracce di Blissett..." C'era un che di mistico in una frase del genere, ma non mi impressionai. Dunque c'entrava la CIA, in qualche modo. Questo era appurato. E se fossero stati proprio quei masturbatori mentali, i principi indiscussi della paranoia, a fare fuori Johnson? Il tocco in effetti poteva essere il loro: la cartolina, il fatto di presentare tutto come una performance apocalittica... Ancora però mancava il movente. Forse c'entravano le connivenze di Johnson col Luther Blissett Project. Nel libro firmato da Blissett medesimo, uscito in quei giorni per l'editore Castelvecchi di Roma, Johnson figurava tra i fondatori del progetto. Potevo immaginare che l'Agenzia si fosse interessata alla faccenda. Ve l'ho detto: sono dei pazzi paranoici, se non sanno di te più di quanto tu stesso non sappia pensano già che qualcuno stia complottando contro di loro. E sapere qualcosa di esclusivo su Blissett, qualcosa che li potesse far sentire in qualche modo al di sopra dei comuni mortali, era davvero difficile. Per chiunque, dato che chiunque avrebbe potuto essere Luther Blissett.

Forse avrei dovuto seguire la pista di quei 400.000 dollari. A che cosa e a chi erano destinati? Presumibilmente dovevano essere i risparmi di tutta una vita. Dunque: un sacco di soldi, un biglietto per il Messico, un presunto suicidio lo stesso giorno in cui Johnson avrebbe dovuto recarsi a Mexico City, la CIA che ci mette lo zampino... Tutto congiurava a farmi credere che Johnson avrebbe dovuto incontrare qualcuno all'hotel Washington, magari proprio per decidere cosa fare di quei soldi. E la CIA aveva voluto mandare a monte l'affare, togliendo di mezzo Johnson e cercando di spacciare la sua scomparsa per un suicidio artistico. Se conosceste gli impiegati frustrati di Langley quanto me capireste che non è un'ipotesi così inverosimile. Del resto era stato proprio il vecchio Jerry Mullighan, in un pomeriggio piovoso dell'85, a definirmi la creatività di quella gente: "Un grande scenario si compone di elementi che non avrebbero dovuto essere in quel posto. I buoni scenari sono composti da cose che abitualmente nella vita quotidiana non si presentano unite. Tutta l'arte consiste nel riuscire a riunirle in una trama che si muova nel tempo e nello spazio". Beh, una filosofia del genere poteva andare bene tanto per la CIA quanto per Luther Blissett, il Grande Tessitore. Forse i puffi di Langley stavano cercando proprio di eliminare un concorrente... Un idea geniale e insana. Di quelle che possono interessare uno come me. Forse avevo trovato il filo pendente di una trama più grande e intrecciata di quanto inizialmente non immaginassi. Si era impigliato per caso in un biglietto aereo fuori posto e in un conto in banca aperto per Mr. Blissett. Una cosa era certa: valeva la pena scoprire chi faceva l'uncinetto dall'altra parte, ovvero chi aveva aspettato Johnson invano il 13 gennaio, in quella stanza d'albergo...

(P.O.Box, ed: Merz Mail Barcelona, January 13,1996)

Ultimo indirizzo: 44 West 7 street Locust Valley New York 11560
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