M.I.M.A. Museo Internazionale Mail Art
 
L'arte condivisa
"Gli animali dell'imperatore" Opera di Nieuwenhuijs e Jaccarino che ha preso parte alla mostra:
Il legame misconosciuto
 
Il rapporto uomo-animali nelle opere di 27 artisti in 27 mostre
e nelle parole di 17 scrittori in 17 relazioni
 
Ivrea, 1 giugno – 31 luglio 2007
4 novembre 2007
 
L'uomo si comporta con gli animali come un padrone sanguinario, indifferente e insensibile: ruba loro la vita, non soltanto perché li uccide, ma anche perché li priva di un'esistenza degna di questo nome. Tale sottrazione, per cui gli animali sono trattati come cose inanimate, sembra un torto, un delitto più grave della stessa morte inflitta. Ma, al di là di questo, sono infiniti gli spunti che possono cogliersi nel rapporto uomo-animale, per rimeditarlo e riequilibrarlo.
Intorno a questo problema, da sempre rimosso, viene organizzata una manifestazione che si struttura in due diverse modalità, con uno svolgimento che occuperà quasi tutto l'anno.
Primi ad affrontarlo saranno numerosi artisti di diversa provenienza, di diversa formazione ed esercizio artistico: pittori figurativi e pittori informali, artisti concettuali, performer, autori di installazioni, e via dicendo, i quali nella più ampia libertà di approccio e di esecuzione, sono stati invitati a preparare un corpo anche ridotto ma organico di opere su un aspetto del tema. Questi artisti esibiranno i loro lavori in mostre personali che si succederanno soprattutto al Museo della Carale, ma anche per certi periodi alla Galleria “Spazio 10” e allo studio Quid di Ivrea. La nostra città si dà dunque per due mesi, giugno e luglio, nei quali si potranno seguire le mostre personali e il loro avvicendarsi, come centro di riflessione e di sensibilizzazione sul problema.
Contemporaneamente diciassette filosofi, scrittori e pensatori sono stati invitati, nella medesima libertà, a riflettere su un aspetto del problema con degli scritti. I loro lavori saranno raccolti in un volume, che presenterà altresì le fotografie delle opere più significative presentate alle mostre. La presentazione al pubblico di questo volume avverrà a Ivrea, domenica 4 novembre 2007 e costituirà l'occasione di ritrovo dei partecipanti alla manifestazione ed insieme l'occasione di un più vasto e allargato incontro tra le persone sensibili al problema degli animali e costituirà il momento di un riconoscimento-riconoscenza che agli animali non può più essere negato, un giorno da dedicare a questa specifica riflessione e alle azioni che ne devono derivare.

 

L’arte condivisa
 
Martha Nieuwenhuijs e Claudio Jaccarino
 
Arte condivisa, improvvisazione pittorica, arte collettiva, sono solo alcune delle parole che sono state usate per definire l’arte a più mani, pratica pittorica  amata soprattutto dagli artisti interessati al rapporto fra arte e comunicazione, fra arte e parola. Spesso questi artisti si dedicano anche all’arte postale, la mail art e al libro d’artista.
L’aspetto più interessante dell’arte collettiva è quello che riguarda l’improvvisazione. Come nella musica Jazz, il dibattito si è soffermato sulla natura di questa e se essa escluda o meno ogni forma di progettazione. “Per una musica impegnata a “gettare ponti” l’abisso principale da colmare è quello fra improvvisazione  e composizione” scrive il jazzista Arrigo Cappelletti.
E’ risaputo che gli artisti fanno dell’accoglienza del caso una comune pratica pittorica, si direbbe che creino  le condizioni per cui ciò avvenga, anche quando  lavorano in solitudine. Dalla macchia nasce l’immagine, come già aveva detto con bellissime parole Leonardo da Vinci. La contrapposizione tra improvvisazione e progettualità, se ha dunque una logica a livello teorico, l’ha molto meno nella realtà della creazione in cui  i due momenti si alternano e si mescolano continuamente.
L’incontro con l’alterità che avviene in un lavoro a più mani, anche su un progetto ben delineato, favorisce inaspettati percorsi. Se ci si propone di dipingere una giraffa sono così tante e di diversa natura le variabili che influiscono sull’opera finale che è praticamente impossibile ogni specie di progettazione. Con quale strumento e di che tipo e dimensione traccerò il segno? Anche tralasciando ogni questione che riguardi la tecnica, il tipo di segno, la scelta del colore ecc., nulla sappiamo dell’idea che si forma nella mente di un artista alla parola “giraffa”. Reminescenze e memorie del suo vissuto riaffiorano e s’incrociano: disegnerà una minuscola sagoma di giraffa in un paesaggio africano oppure una grande macchia in primo piano, ricordo di una giraffa che attirò con un ramoscello allo zoo? Non si sa, né serve mettersi d’accordo non solo perché è praticamente impossibile esprimere a parole la ricchezza (e l'ambiguità)  delle immagini ma soprattutto perché è il segno che parlerà da sé. La pittura a più mani è infatti un dialogo per segni. In un  dialogo non ci si chiede se si sta o non si sta improvvisando, ogni forma di comunicazione è improvvisazione. In un dialogo posso prevedere tutt’al più la mia prima battuta poiché il resto non dipende tanto dalle mie intenzioni quanto dalla risposta che ricevo, è una reazione alle parole dell’altro. Lo stesso avviene in pittura, o piuttosto dovrebbe avvenire poiché all’inizio può esservi una certa difficoltà ad accogliere un segno estraneo accanto al proprio. Se nello spazio pittorico  avviene una specie di divisione del territorio e ognuno si ritira nel proprio appezzamento cercando per educazione di non prevaricare e sperando che gli altri facciano altrettanto, il risultato è inevitabilmente fallimentare.  Si avrà allora solo un accostamento di lavori individuali. Perché l'opera a più mani sia efficace è necessaria una  coerenza formale a cui si può giungere mediante l’interattività che caratterizza la comunicazione.
 La pratica del lavoro a quattro mani, inteso come  dialogo di segni, presuppone una doppia azione, quella attiva dell’intervento sulla tela e quella altrettanto attiva di accoglienza, uno sguardo empatico sul segno dell’altro.
Più difficile da farsi che a dirsi non solo perché richiede un superamento del proprio individualismo, osservazione che potrebbe sembrare banale,  ma soprattutto perché l’artista è fortemente proteso verso l’opera, la sua opera, che lo rappresenta, parla per lui. Per mettere, anche per un momento in secondo piano l’opera in favore del processo deve sentire che questo processo è per lui significativo quanto l’opera. Deve essere convinto, per averlo sperimentato, che la propria crescita dipende dal confronto con l’altro, che “il luogo del tesoro deve essere rivelato da uno Straniero, il quale non sa neppure in quel momento che ci sta illuminando” (Roberto Calasso).
Museo Internazionale Mail Art