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           Maurizio Vitiello su Giovanni Leo Paglione
Da Mergellina a Campobasso
sul "filo del sacro".

 

 
.......... Per abitudine e per intima caratura, quando la mia meta è oltre la regione, di primissimo mattino percorro in auto, lentamente, via Caracciolo, arteria parallela al mare, ed è, se la giornata si preannuncia bella, un salutare il sole che si leva e un rimirare il Vesuvio muto.
Lascio la città ancora addormentata e passo su un lungomare che mi rasserena spirito e pensiero e pregusto l’incontro che avrò a Campobasso con Giovanni Leo Paglione, artista che ho apprezzato attraverso la lettura di cataloghi ed articoli e mi intriga conoscerlo, oggi, che ha ottantacinque primavere alle spalle.
Il dottor Michele Praitano mi accompagna alla sua casa; ed eccolo il maestro, come me l’aspettavo, semplice e sincero, affabile e disponibile, modesto ed amico.
Scatta automaticamente il tu e ricordo l’amicizia, il piacere dell’incontro e il piacere del tu dato, ad esempio, oltre i novant’anni, all’artista Franco Girosi, che giovanissimo aveva partecipato all’impresa di Fiume diventando amico di Gabriele D’Annunzio ed, in seguito, aveva partecipato alle Biennali veneziane, sino ad essere, per molti decenni, punto di riferimento delle arti visive napoletane.
La casa dell’artista molisano conserva su tutte le pareti settant’anni di proficua attività e scorgo ed apprezzo cinque o sei quadri di valore assoluto, perché esaltati da nitori di linee e gran pregi cromatici.
Apprendo che l’autore ha realizzato, oltre migliaia di lavori da cavalletto, una numerosa serie di affreschi e di tele, in chiese molisane, abruzzesi, campane e pugliesi.
Ricorda, con dovizia di dettagli, località, soggetto, periodo, dimensioni, tecnica, ubicazione di ogni lavoro, anche quelli, talvolta, non apprezzati da qualche critico.
Per Giovanni Leo Paglione i soggetti religiosi hanno rappresentato una sua intima necessità morale e un vincolo spirituale, sentita l’una e nutrito l’altro, fin dalla tenera infanzia.
E, in seguito, il continuare a dipingere arte sacra è risultato essere anche una delle maggiori fonti di sostentamento.
Sacrifici, studi, prove, tentativi di approfondimento dei testi sacri, sofferenze spirituali e fisiche, ricerche di espressioni e di atteggiamenti si celano dietro ogni figura lavorata.
E le tante, tantissime figure delineate sono il parto di notti insonni, difficili e tormentate.
L’artista nei frangenti topici era alla ricerca della santa ispirazione, quasi che una fede intima, di sotterranea tenacia, prevedesse un input dall’alto.
La forte consolazione dell’operatore emerge quando scopre, attraverso l’occhio del visitatore, l’espressione beata verso il trascendente e un moto di contentezza lo pervade quando vanno a cercarlo e gli chiedono di realizzare un nuovo ciclo pittorico.
Sin da piccolo ha studiato i grandi maestri del Rinascimento ed ha metabolizzato i loro alti contributi, per, poi, sintetizzare ed idealizzare nel suo spirito e nella sua mente figure e forme, volti e linee che in un collettivismo descrittivo trovano concretizzazione, partita un giorno lontano aiutando Amedeo Trivisonno, suo maestro, che lo incoraggiò con insegnamenti serrati.
Giovanni Leo Paglione ha molto ricevuto da Amedeo Trivisonno, figura di maestro sempre riconosciuta, che non ha mai messo in discussione.
Trivisonno fu, poi, aiutato dal competente e tranquillo allievo, che ha sempre preservato e mantenuto, quindi inalterate, freschezza e sensibilità, quali doti naturali.
La conversazione con Giovanni Leo Paglione è un continuo rimando a sequenze di piacevoli racconti, di stimolanti note, di vivi ricordi.
Dinanzi ad un artista che per di più di settant’anni ha lavorato con partecipazione, serietà e competenza bisogna ascoltare, valutare, ricordare.
E nemmeno i voluminosi album con le loro migliaia di fotografie e i raccoglitori con centinaia e centinaia di disegni preparatori, di schizzi, di studi, di bozzetti, di schede tecniche e di variegate divagazioni potranno mai raccogliere il respiro della tensione reale che ha sempre guidato la mano di Giovanni Leo Paglione, che ora, timida ballerina, tambureggia sulla carta e muove il pennello più rapidamente, mossa da una più ampia libertà espressiva e da una più profonda cognizione rapsodica.
Quello che conserva l’artista, calcolando anche i block-notes impolverati e i fogli volanti, nonché un videonastro su cui è stata immagazzinata una dote di riferimenti visivi dei suoi lavori in molte chiese molisane e anche fuori dei confini regionali, costituisce, senz’altro, una documentazione consistente, che
dovrebbe essere ritenuta interessante, se non indispensabile, per un possibile e futuro "Archivio Molisano delle Arti Visive del Novecento".
Giovanni Leo Paglione rappresenta nel Novecento molisano un punto di riferimento da non trascurare, perché, pur non celebrato, ci aiuta a riconoscere
una stagione dell’arte nella regione e ci fornisce dati sull’esecuzione di moltissime opere in luoghi ed in edifici sacri, nonché il senso di un gusto bilanciato di una collettività, poco avvezza ad interpretare ricerche avanzate.
L’artista è riconoscibile quale decalcomania di un’epoca.
Paglione lascia segni: è codificato, è, quindi, interpretabile.
Scopo della sua pittura sacra è quello di fornire una serie di richiami non solo artistici, ma antropologici, folclorici, archeologici, letterari.
La sua pittura diventa pagina intrinsecamente rigorosa, ma dal tono discorsivo, colloquiale, tale da costituire, nell’insieme, una chiara ed utile scorta visiva per avvicinarsi a Dio.
Le operazioni pittoriche del nostro artista incontrano il pensiero di parecchie persone, che avvertono l’importanza di un bene sociale racchiuso nelle forme precipitate di memorie visive.
Giovanni Leo Paglione, curioso delle valenze umane e indagatore delle vicende della sua terra, è desideroso di contattare le ultime generazioni, spesso disinformate.
Nell’arco di alcune ore ho avuto la possibilità di sfogliare un dossier fotografico ed una raccolta di disegni, di sanguigne, di inchiostri, di tecniche miste, di decenni di produzione, che mi hanno raccontato pieghe e risvolti, ripensamenti e dettagli del lavoro eseguito.
Come non ricordare alcuni soggetti, tra cui "Le pie donne al sepolcro", " San Cristinziano, vescovo e martire", "La Resurrezione", "Il ritorno del figliuol prodigo", "San Rocco fra gli appestati", "I discepoli di Emmaus", "La manna nel deserto", "Sant’Onofrio eremita", "La lapidazione di Santo Stefano", "Il martirio di San Bartolomeo", "L’Ascensione", "San Tommaso", "La flagellazione", "Il trionfo della Croce portata in cielo", "San Sebastiano", "Padre Lorenzo", "Apostoli con Gesù", "La testa di San Rocco", "Gesù, pane di vita", "Crocifissione" e potrei proseguire indicando la Chiesa Parrocchiale di Pietrelcina, paese natale di Padre Pio, pardon San Pio, la Cappella di San Bernardino da Siena a Vinchiaturo, la Chiesa di Sant’Antonio di Padova, a Campobasso, la Chiesa Parrocchiale di Castiglione Messer Marino, vicino Chieti, il Convento dei Padri Cappuccini di Santa Maria di Giosafat a San Marco La Catola, vicino Foggia, per far comprendere su quale raggio territoriale ha insistito Giovanni Leo Paglione a far "pittura sacra", per poi allargare sempre più i suoi spostamenti d’esercizio, nella continuazione della pratica di stendere affreschi, e non solo.
In pacifici brevi viaggi, per raggiungere sperdute o lontane contrade, Giovanni Leo Paglione ha portato con sé principi evangelici, che ha incastonato
tra vele e sospeso in soffitti, sia per rendere grazie a chi lassù ci ama e sia per novellare per immagini a chi si sente di contribuire all’agape fraterna, a chi ha
voglia di professare il proprio culto seguendo le funzioni religiose e a chi ha voglia di varcare con la mente plausibili sconfinamenti.
Chissà quante volte l’artista sarà sceso con la valigetta di colori dalla corriera, chissà quante volte avrà incontrato suore e cappuccini e chissà quanta fatica gli sarà costata la conversazione per difendere i suoi progetti.
Avrà dovuto rimisurare e rigovernare le attese del clero -committente desideroso di riaffermare i motivi di una religiosità particolarmente sentita, anche dalla popolazione- ma non sempre avvertito nelle scelte linguistiche ed estetiche.
Ma a prescindere da qualche forzatura d’interpretazione biblica, su cui Giovanni Leo Paglione meditava, e non poco, sino a studiare profondamente, antico e nuovo testamento, ed, inoltre, i miracoli, i prodigi e la vita dei santi, anche quelli contemporanei, le scene realizzate hanno, poi, sempre trovato approvazione ecclesiastica e anche di laici, che, talvolta, in prima battuta, non pensavano di dover stimare le doti del maestro, che oggi, sempre più, è apprezzato, anche per il suo "calvario" da pellegrino-affreschista.
Non era facile restare ore ed ore sui ponteggi: le tavole potevano ingannare l’equilibrio e i ferri saltare.
Nel lungo e sano rapporto di disciplina, di lavoro e di amicizia tra Giovanni Leo Paglione ed Amedeo Trivisonno, riconosciuta figura di spessore, che nei vertici delle sue figurazioni si esprime quale maestro di nuovi aspetti del classicismo del Novecento: vicino ai Ferrazzi, ai Funi, ai Tozzi, come giustamente rileva e segnala Marcello Venturoli, emerge un’umanità di scambi e di confidenze operative.
E la pittura di Giovanni Leo Paglione è scivolata nell’alveo della pulizia, della cura, della sobria raffinatezza, come, appunto, indicava Trivisonno.
Per Giovanni Leo Paglione il maestro Amedeo Trivisonno ha rappresentato il padre spirituale, il credente che, sicuro di sé, informa l’animo dell’alunno, che assorbe, per, poi, raccontare, senza bugie, il suo idillio con il credo, con la natura e con la dignità molisana.
Giovanni Leo Paglione ha cercato sempre di riversare nel suo lavoro i suoi termini di verità, quasi in una contrapposizione ideale al lavoro di Marcello Scarano, ad esempio, improntato a dipingere il vero per sostanziarlo e fermarlo come sogno, nei ritratti femminili, negli inserti di "still-life" e nei paesaggi, da vero cantore del Molise.
Giovanni Leo Paglione dalle fisionomie di parenti, moglie, figli ed amici ha tratto madonne, cristi, santi, apostoli, angeli, quasi per sfidare il tempo relativo del quotidiano e per conciliare le sensibilità dell’umano sentire nei modelli del sacro.
Questa simbiosi tra partita umana e parametro divino può essere misurata nella sua efficacia sociale-religiosa nella media dimensione ad olio e negli svariati disegni, da intendersi come lavori propedeutici per la teoria di affreschi voluta dalla committenza.
Lampi o icastici sommovimenti di umana verità trasmigrano dai volti della sua cerchia per dichiarare una coralità popolare che si specchia per filare una preghiera di sentimenti.
"Il dramma della passione" del 1994 (olio su tela, cm. 65 x 50) in cui la scena raccoglie una pluralità di episodi e il "Bozzetto del Golgota" del 1975 (olio su tela, cm. 25 x 40) mi ritornano in mente quali riusciti lavori di studio, ma tanti altri dovrei ricordare, descrivere, raccontare.
Preferisco, in conclusione, significare che Giovanni Leo Paglione è un uomo riservato, intimamente appassionato della vita, e precisare che nella scelta di essere pittore ha cercato di salire a Dio per "intrigarlo" con le sue figure, richiamandolo, e reclamandolo, dalle "continue distrazioni dell’universo", e per attirare e meritare, così, un’attenzione; lui che l’ha avuta per il Signore tutta una vita.
 
Napoli, novembre 2002
 
P.S.
Ho da poco concluso di redigere il contributo su Giovanni Leo Paglione ed avverto, a Napoli, una consistente scossa di terremoto.
Accendo la radio e seguo l’evolversi della situazione, che ha il suo epicentro in Molise.
A San Giuliano di Puglia si segnala la caduta di una scuola.
Purtroppo, perdono la vita classi di bambini.
Tutti parlano di angeli, per rendere, forse, meno dura la spietata realtà e mi attraversano la testa alcuni versi del poeta Vlado Gotovac, nato in Croazia nel 1930, che amò moltissimo l’Italia e soprattutto Roma, dove si è spento nel 2000:
 
"Io sopporto quel che posso.
Il resto lo lascio agli angeli:
essi si addossano l’impossibile,
silenzi sovrumani ....."

Maurizio Vitiello

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