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            Maurizio Vitiello su Loredana Limone
Nota sul libro
”La cucina del Paese di Cuccagna. Passeggiate gastronomiche con Matilde Serao"
 

 

 
 
Nota sul nuovo libro
 della scrittrice partenopea Loredana Limone
 “La cucina del Paese di Cuccagna.
Passeggiate gastronomiche con Matilde Serao”
 
  
Loredana Limone, poetessa da sempre, si è dedicata alla narrativa per l'infanzia con la nascita del figlio.
Ha pubblicato il suo primo libro: “Il Trenino Arlecchino e altre storie”, con le Edizioni Associate di Roma.
Quest’ultimo libro ”La cucina del Paese di Cuccagna. Passeggiate gastronomiche con Matilde Serao” (90 pp., 2003,  Il Leone Verde Edizioni) è inserito nella collana "Leggere è un gusto", inaugurata di recente dalla casa editrice torinese.
Si tratta di un agile libro per compiere, come recita il sottotitolo, “passeggiate gastronomiche con Matilde Serao”.
Il Paese di Cuccagna protagonista di queste pagine è la città partenopea, che compare nell'omonima opera (1891) della scrittrice-giornalista che nell’Ottocento ha fondato, con il marito Edoardo Scarfoglio, l’ancor vivo quotidiano partenopeo “Il Mattino”.
Qui la grande giornalista diventa, appunto, una sorta d'impeccabile anfitrione che guida alla conoscenza della sua città, che è anche quella dell'autrice del volume.
Illustra, cioè, le abitudini e le tradizioni, minutamente osservate e rappresentate nei suoi incomparabili affreschi descrittivi, di una città «passionale e solare con un pesante fardello di contraddizioni: dalla sordida miseria del popolo che dimora, dove anche il sole ha ripugnanza ad entrare, al lusso di cui la borghesia fa sfarzo onorando il culto della parvenza che è tipicamente partenopeo».
Su questo palcoscenico di fine '800, «più che altrove si avverte nell'aria che la cucina s'innesta nella vita, non solo come una necessità materiale, ma come la più immediata, la più schietta espressione di una fantasia esuberante, intensa ed estrosa».
Le passeggiate si dipanano in vicoli oscuri e in case luminose, facendoci assaggiare dapprima i cibi che il popolino compra per pochissimi soldi («pietanze misere e piccanti che ingannano lo stomaco»), poi i maccheroni «insanguinati da carnosi pomodori», quindi le immortali pizze e via via fino al corteo di dolci napoletani «creati nel silenzio di antichi conventi» di clausura dalle cui grate filtra il paradisiaco profumo della “pastiera” da sempre simbolo di pace e di grazia sulla mensa pasquale.
L’origine della Pastiera è antichissima e proviene da culti pagani per celebrare l’arrivo della primavera.
La leggenda dice che la sirena Partenope aveva scelto come dimora l’incantevole e rigogliosissimo  golfo di Napoli e da lì cantava con voce melodiosa e dolcissima.
La gente allora per ringraziarla di questo meraviglioso canto le portò dei doni, sette doni per l’esattezza, come le sette meraviglie del mondo, ognuno dei quali aveva un significato: 
la farina, simbolo di ricchezza; la ricotta, simbolo di abbondanza; le uova, simbolo di riproduzione;
il grano cotto nel latte, simbolo della fusione del regno animale e di quello vegetale; i fiori d’arancio, profumo della terra campana; le spezie, omaggio di tutti i popoli; lo zucchero per acclamare la dolcezza del canto della sirena.
La sirena gradì i doni, ma nel raccoglierli li mescolò in un amalgama che le lasciò tra le mani la prima pastiera di cui fu l’inconsapevole autrice.
Uno stralcio del libro:
Ma la regina di tutti i dolci, anch’essa nata nella pace dei chiostri, è la pastiera. La sua origine è antichissima e proviene da culti pagani per celebrare l’arrivo della primavera; introdotta poi nell’atmosfera mistica della resurrezione di Cristo, è divenuta messaggio di pace e di grazia sulla mensa pasquale. Le suore ne confezionavano un gran numero per le dimore patrizie e della ricca borghesia; quando i servitori andavano a ritirarle per conto dei loro padroni, dalla porta del convento che una monaca odorosa di millefiori apriva con circospezione, fuoriusciva una scia di profumo che s’insinuava nei vicoli intorno e, spandendosi nei bassi, dava consolazione alla povera gente per la quale quell’aroma paradisiaco era la testimonianza della presenza del Signore.”
Le monache avevano una modalità di preparazione tutta - diciamo - particolare: si vociferava – vox populi, vox Dei – che le monache lavorassero la pasta in maniera alquanto insolita: quelle che disponevano di natiche e fianchi più floridi, si sedevano sopra l’impasto che era stato messo sui sedili di marmo del loro chiostro e, sussurrando devote preghiere si dimenavano a lungo e ritmicamente permettendo così alla pasta di crescere rigogliosa.
Di capitolo in capitolo, s’impara a conoscere la tavola anche attraverso tradizioni e leggende.
E si ritrova il gusto di pietanze antiche, raffinate o semplici, nobili e plebee (e qui si declina la cultura e la pratica della ben nota “arte di arrangiarsi”...) nate sotto il sole di Napoli.
Qualche esempio: “Cecenielli del friggitore” e “Paste crisciute” (dal capitolo “Il cibo del popolo”), “Maccarune co’ sughillo ‘e ‘na vota” e “Maccarune deliziuse” (dal capitolo “I maccheroni al pomodoro”), “Pizza d’ ‘o puvuriello” e “Filoscio” (dal capitolo “Le pizze e gli sfizi”), “Sfogliatelle ricce” e “Mustacciuoli” o “Struffoli” (dal capitolo “I dolci partenopei”).
Chiude il volume l'opportuno indice delle ricette, che sono complessivamente una settantina, manifestazioni di una esuberante ed estrosa creatività; a Napoli dovunque, dalla più povera tavola al più ricco banchetto, corre un profondo senso di convivialità. Il libro è, dunque, un’interessante passeggiata nel variegato mondo della gastronomia napoletana guidata dal genio narrativo di Matilde Serao, che ne amò con passione e fierezza i sapori, l'estro e le tradizioni descritte negli stralci, a volte gustosi quadretti, a volte ampi affreschi, proposti ad arricchire la teoria delle ricette. Il ricettario è stato curato da Antonella Limone, sorella dell'autrice ed appassionata di cucina,  che e' frutto di un’insaziabile ricerca svolta tra le depositarie dei dogmi della cucina napoletana: anziane signore o religiose di antichi conventi, custodi gelose di ricette tramandate verbalmente nel tempo: una eredità resa qui attuale negli ingredienti e nelle modalità di preparazione e realizzabile anche dalle moderne appassionate di cucina. Il libro di Loredana Limone è un appuntamento goloso con il palato e con lo spirito; cibo per la mente: occasione di lettura, quindi, da non perdere.
Napoli/Roma/Sorrento, 2003

Maurizio Vitiello

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