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       Maurizio Vitiello sul "Madi"

Il Madi a Napoli

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          Negli accoglienti ambienti del Chiostro di Santa Maria La Nova, gestiti dalla Provincia di Napoli, abbiamo potuto apprezzare un’interessante mostra, che sintetizza gli esiti ultimi del gruppo italiano del movimento Madì, attraverso una selezione di opere di Arden Quin, Bertolio, Cecere, Forlivesi, Frangi, Fulchignoni, Luggi, Mascia, Milo, Minoretti, Nicolato, Perrottelli, Pilone, Pinna, Rosa e Zangara ed abbiamo avuto l’opportunità di conversare con Maria Lluisa Borras, tra le più attente studiose del Madì, di cui si ricorda l’organizzazione e la cura della mostra al Museo Rejna Sofia di Madrid, uno dei più prestigiosi del mondo, venuta espressamente da Barcellona, dove vive.
Questi artisti disciplinatamente verificano gli esiti dell'era tecnologica ed il "nuovo" è indagato e condotto per corroborare esigenze estetiche e intenzionalità funzionali.
D’intensa partecipazione risultano le loro opere, tutte studiate a sviluppare non solo istanze eminentemente progettuali, pertinentemente ludiche e costantemente innovative, ma affermative di quel robusto sostegno che alimenta ulteriori originali realizzazioni che si (inter)connettono per soddisfare esigenze umane nell'attuale contesto tecnologico avanzato.
Insistono, nelle loro esemplari prove, annotazioni e registrazioni, che percorrono, parallelamente alla linea e ai derivati geometrici, potenziali itinerari della logica.
Attendere alle strutture visive e continuamente agire per ridefinirle nella sostanziale molteplicità d'apertura e flessibilità cinetica e dinamica, è esigenza primaria di questi operatori, che seguitano, con metodo, a risolvere carature dello spazio e adattabilità e versatilità massima ed estesa, anche estrema, della concretezza dei materiali scelti.
Osano superare frontiere plastiche, riscoprire affidabilità delle materie e dei liquidi, riqualificare l'universo dei segni, ridefinire l'anima delle strutture, elaborare un differente orizzonte dell'architettura visiva.
La mostra partenopea documenta una situazione riferita al momento presente di una tendenza riconosciuta importante e propone un viaggio all'interno delle creazioni dei "Madi" italiani, che con le loro composizioni   danno un’attuale ed originale testimonianza di come il "Madì" continui ad essere pensiero, sperimentazione, invenzione, una condizione di coscienza e concretizzazione di conoscenza, rielaborazione di tecniche tradizionali e ricerca stimolante di forme e materiali nuovi, in rapporto con gli sviluppi della società contemporanea, che ha provocato una reazione critica, caratterizzata, inizialmente, da momenti di perplessità, inevitabile per cambiamenti incisivi e dirompenti, ma che ha, comunque, finito per riconoscere al movimento l’altro livello della ricerca e la validità degli obiettivi raggiunti con brillanti risultati.
Chi ha visitato la mostra avrà captato forti accenti di una creatività, che dirige verso altri poli e referenze linguistiche una produzione radicata anche nella geometria e ripensa continuamente l'uso gioioso del colore per definire oggetti estetici.
Gli esponenti del Madì italiano interpretano con intelligenza i propositi del movimento, realizzando agili strutture che ruotano, vibrano e si estendono liberamente nello spazio.
Si registra, così, un’assoluta libertà espressiva fondamentalmente collegata alla volontà di conquistare lo spazio e di mutarne le percezioni.
Dedichiamo brevissimi commenti ad alcuni di questi artisti, iniziando, per garbo e cortesia, da Marta Pilone, signora della scena Madì.
Con le sue interessanti opere che inglobano, nella misura di una costruzione sempre aderente allo spirito e al fascino Madì, articolati perimetri di visioni concentriche, fissa e coagula rapporti cromatici e pervicaci circolarità.
E’ un incontro filosofico tra esterno ed interno, tra blu notte e nero, tra periferia e centralità, ma è anche un incontro tra cromatismi netti che percorrono il cerchio aperto alle più diverse soluzioni combinatorie e linguistiche.
Il senso del mondo è inserito nella grafica della strutturazione visiva degli elementi semplicemente efficaci disegnati dall’artista per plasmare una realtà di riferimenti e di osservazioni a tutto campo.
Si percepisce anche il progetto del divino e del tutto dato e reso che il cerchio determina e rilancia in senso compiuto.
Che dire, poi, di Carmelo Arden Quin, che non abbiamo mai conosciuto da vicino, ma di cui possediamo un’elaborazione segnica a tecnica mista, di squisita fattura.
E’ un grande, lo si capisce; lo si comprende al volo.
Le sue opere propongono una delicata armonia, una soave curvilinea aderenza alle prossimità infinite dello spazio e un ritmo interno che si fa onda musicale.
Il suo registro linguistico è netto, fluido, convincente, materno e paterno nell’accogliere il respiro del mondo.
Saverio Cecere vive col Madì in testa e ne segue le regole; non deroga, non flette.
Dichiara con qualsiasi interlocutore le sue regole, i suoi principi e non si smentisce mai.
La sua posizione non è d’intransigenza, ma di ferma e ferrea chiarezza interpretativa.
I suoi lavori  sono sintesi di pregio di un modo d’intendere, di volere.
Le sue elaborazioni, tutte ben costruite con tecniche raffinate, riescono a sintetizzare costruzioni modulari, con una plurifaccialità, lontana dall’artificio, ma molto vicina a specularità fisiche e a multidimensioni architettoniche.
Reale Frangi ha esposto due strutture asimmetriche, caratterizzate da una dimensione interna ed una esterna, che s’identifica con la cornice.
L’artista di Milano,  che opera dal 1969 nel campo dell’astrazione geometrica, profila costruzioni aperte e le stesse cornici non chiudono lavori, ma interpretano, in una mediazione pilotata, lo spazio interno e quello esterno.
Aldo Fulchignoni ha presentato una struttura rotabile in tutte le direzioni, che nasce dall’intelligente incastro di  segmentazioni geometriche, molto lavorate.
L’artista, dopo un tragitto di fantasie e di sperimentazioni con cui ha conosciuto i limiti della pittura figurativa, il dinamismo elettrico del futurismo, i principi e le stesure della sintesi neoplastica è approdato al Madì.
Ora, con serafico procedere lavora nella sua adorata Napoli e a Baia Domitia, in un laboratorio attrezzatissimo.
Vincenzo Mascia ha esposto due strutture irregolari, dove la luce dialoga con i segni geometrici e i pungoli cromatici.
L’artista-architetto molisano, seguendo lo “spazialismo” di Fontana, inquadra la sua partecipazione al Madì con opere  che intendono rifabbricare uno spazio reale per restringere quello illusorio in prospettive minimali.
Renato Milo ha presentato due medio-strutture, in plexiglas, composte da piani trasparenti con elementi geometrici minimali  a rilievo.
L’artista lega il suo nome alle idrosculture.
Elementi geometrici sono inseriti, a varia quota, in teche di plexiglas ripiene d’acqua.
Con l’acqua ha opportunamente “contrato” ed afferrato effetti di rifrazione cinetica, che traducono lo spirito Madì della modularità.
Noi che ci muoviamo intorno alle idrosculture possiamo percepire una moltiplicazione degli oggetti geometrici variamente disposti ed incollati o sapientemente sospesi.
Antonio Perrottelli perpetua nel suo lavoro sofisticato, aderente all’etica Madì, tutte quelle febbricitanti sollecitazioni visive e coniugazioni estetiche degli anni passati.
Riesce ad essere singolare e a concretizzare umori e passi geometrici, con finezza di tratto.
Il Movimento Madì è stato fondato a Buenos Aires nel 1946 da Carmelo Arden Quin e da altri artisti aniconici, che già avevano collaborato alla rivista "Arturo" nel 1944, in pieno periodo peronista, spinti dal desiderio di modificare la tradizionale concezione del quadro, sia accorpando diverse superfici dipinte sia abolendo la cornice, che per secoli ha imprigionato i dipinti.
Gli artisti Madì si prefiggevano con l'introduzione della poligonalità, del movimento reale, della componente ludica, la distruzione di tutti i condizionamenti e dei limiti imposti dalla tradizione geometrica europea, chiusa nei quattro angoli retti del supporto tradizionale del piano, nonché della cornice.
Questi motivi risultano un ulteriore sviluppo delle intuizioni di alcuni pionieri costruttivisti di inizio secolo, tra i quali Laszlo Perì, Christian Schad e Vladimir Tatlin, che si concretizza in un vero e proprio cambiamento.
Il Madì rappresenta l'avanzato traguardo raggiunto dall'arte aniconica, dopo il Concretismo e il Costruttivismo, che ha coinvolto inizialmente molti artisti latino-americani e, poi, di altri paesi, facendo proseliti dalla metà degli anni Ottanta e soprattutto dell'inizio degli anni Novanta in Italia.
Il Madì è una neoavanguardia che viene da lontano e va lontano ed ha coinvolto la ricostruzione della storia dell'arte aniconica del ventesimo secolo facendo tener conto della sua tenuta, sul versante dell'arte post-concretista.
Il Movimento "Madì", che ha un ampio respiro, offre un fronte di novità e gli ultimi esiti confermano che tutti gli artisti cercano nuove forme e ricercano su queste.
Nell'attuale panorama delle arti visive contemporanee il "Madì" presenta una manifesta condizione di chiarezza dei termini operativi.
Oggi il "Madi" produce un variegato momento, quasi "riepilogativo" di acute riflessioni per sottolineare un periscopico invito a sollecitare attenzioni ed adesioni.
Al di là della "Transavanguardia", che con gli ultimissimi epigoni risulta in una fase sempre più calante, e della cosiddetta "Pittura Colta" o "Pittura Citazionista" o “Pittura Iperrealistica" i rigori di geometrie portanti, che sviluppano, dimensionano e determinano composizioni mobili o complessità dinamiche, restano felicemente vivi nell'attualità mentale della poetica di operatori, sparsi o aggregati nel mondo, che si riconoscono sotto la sigla "Madi", che racchiude, sotto il suo arco, progetti per sintesi grafiche, pittoriche e plastiche. 
Le grafiche e le variegate elaborazioni sono concepite dagli artisti "Madi" per inquadrare la voglia cognitiva di “'entrare nel mondo" e per rafforzare lo spirito di "stringersi nella realtà".
Molti operatori "Madi" lontani da situazioni informali e da altri iati artistici, ma molto attenti a precisare calibrate aggettazioni, chiare stesure, approfondite disposizioni provvedono a misurare costantemente, in un rapporto di valenza dialettica, esigenze umane nel contesto tecnologico.
Non dimenticano, però, di inoltrarsi a perforare barriere meccanicistiche e a verificare puntelli e a vagliare proiezioni dell'era del tecnologico avanzato, per riscoprire ed affermare una nuova relazione tra macchina, robot, computer e uomo.
Non disdegnano, quindi, di celebrare le vittorie della tecnica e i successi informatici, ma, opportunamente, si lanciano a trasformare linea e derivati geometrici in possibili nuovi itinerari della logica.
Gli artisti "Madi" avvertono che il "fare arte", attualmente, deve rispondere in modo agevole ed adeguato alle esigenze reali.
Lo spazio di manovra deve essere, ancora, più puntuale per determinare credibili aperture.
Tra la natura sempre più sofferente per le offese che accusa, prodotte da indiscriminati atti, che continuamente subisce, e l'imperante era virtuale, svincolata dalle inabissate ideologie, si manifesta e si segnala, e si può ritagliare, un mondo “altro".
Ed, infatti, tra questi due estremi planetari, gli operatori e i freschi accoliti del movimento "Madi", ampiamente storicizzato in formidabili esposizioni nei più grandi e frequentati musei, anche d'avanguardia, del mondo, avvertono che il gioco della fabbricazione visiva mostra incipienti ed incidenti problematiche.
Gli anziani e i giovani "Madi", pur mantenendo nella progettualità ludica e funzionale l'anima delle strutture visive, sono spinti a registrare la forte e sensibile eco delle immediate e vicine esigenze esistenziali.
Stanno spostando, in fondo, un asse di ricerca e di studi, canalizzando risposte favorevoli, più prossime ai nostri tempi.
Stanno aggiornando immagini e combinazioni plastiche, anche con motivate procedure tecniche meglio avvertite, svincolate e slegate da intenzioni ideologiche, ma rafforzate da tensioni ideali atte a "sanare" l'orizzonte del mondo.
All'inizio del millennio sembrano confluire vari ed ulteriori rami d'indagine e di proposizioni al codice "Madi". 
Fluidificanti piani dai sapori inediti, che intendono superare le difficoltà oggettive, si collocano in uno spazio investigativo dai provvidi contorni.
Un risultato "Madi" è un "esprit" sincero, sollevato, risolto e sciolto dalla coscienza ed esplicita rigori, scatti inventivi, partecipazioni mute d'allegria e sonorità pervase da fragranti concezioni ludiche.
In conclusione, il movimento Madì rappresenta l’estrema maturazione logico-operativa dell’assunto concretista, l’ultimo stadio della ricerca aniconica, che ebbe il suo precursore in Vassilij Kandinskij, nel lontano 1910.
Da allora l’arte concreta ha seguito strade divergenti: dal costruttivismo al suprematismo, dal vorticismo al neoplasticismo, fino ad arrivare al movimento Madì, che nasce nel clima dell’Argentina peronista.
L’Argentina non aveva, come la Francia o la Russia, una tradizione d’arte aniconica.
Fu, comunque, in grado di rielaborare, autonomamente, gli stimoli provenienti dalla vecchia Europa.
L’uruguaiano Joaquin Torres-Garcia e l’italiano Ernesto Rogers fecero da sponde intellettuali alle idee che varcavano l’oceano.
Torres-Garcia, stabilitosi nella dolce Parigi degli anni ’20, fondò insieme a Michel Seuphor il gruppo “Cercle et Carré”, con l’omonima rivista, cui aderirono  Arp, Kandinsky, Le Corbusier, Mondrian, Pevsner ed altri.
Teorizzavano una nuova estetica, che sostituisse la geometria alle immagini figurative, e precisavano la concretezza razionale in alternativa al “ritorno all’ordine”.
Il gruppo durò poco, ma il volitivo impegno costruttivista di Torres-Garcia proseguì in Uruguay, dove fondò, nel 1936, la rivista “Circulo y Cuadrado”, come secondo momento di “Cercle et Carré”.
Per la nascita del Madì fu determinante anche l’apporto dell’architetto Rogers, che esportò in Argentina le idee di Max Bill, esponente di “Abstraction-Création”, e di Georges Vantongerloo, del gruppo “Cercle et Carré”.
Su queste presupposti culturali, nel 1946, Carmelo Arden Quin fonda il movimento Madì.
La denominazione, alcuni, la fanno risalire alle sillabe iniziali di “materialismo dialettico”, ma  noi confutiamo ciò, perché Carmelo Arden Quin giocò con le lettere della sua identità e ne scelse 4, quasi in puro spirito dada,  e un po’ giustamente egocentrico al contrario di una visione da fronte comunitario.
Poi, tanto per esser chiari, si badi bene e si rifletta: in quel frangente storico, ad esempio, in URSS, patria del  “materialismo dialettico”, non si poteva derogare da un “realismo socialista”, filone lontano anni luce dalla libertà dell’invenzione mentale del Madi , che prospetta una possibile simbiosi integrale delle arti.
Difatti,  Arden Quin, nella stesura del manifesto, insiste sul superamento dell’ortogonalità, che ha “immobilizzato” le avanguardie dell’arte concreta, e sul tema dell’invenzione, che libera l’espressione artistica dalla schiavitù della mimesi, della rappresentazione naturalistica.
I Madì non rappresentano la realtà sensibile, ma condensano, esplicitano ed esprimono un pensiero estetico, che risiede esclusivamente nella ratio, che si traduce in strutture geometriche dai colori puri, che acquistano energia, vitalità, dinamismo dall’uso della linea obliqua.
In un documento, "Perché madi", scritto da Salvatore Presta, Carmelo Arden Quin, Alexandre de la Salle, Wolf Roitman e Arnaldo Esposito si precisa, tra l'altro: "Noi gestiamo una rinascita, un sistema visivo non ancora esausto. In pittura: il quadro esagonato, il "coplanal", il "double face" con il piano curvo, convesso, in movimento, in rotazione, ecc. In scultura: con i fili danzanti adoperiamo anche l'aria, l'acqua ed il fuoco così come il magnetismo o l'azione chimica, lavorando prevalentemente con la lamiera, il plexiglas e il cristallo. In poesia realizzando libri trasparenti con parole in movimento. In architettura proponiamo anche la sempre presente, ma mai realizzata simbiosi integrale delle arti (pittura, scultura, architettura) dove l'habitat sia un'opera d'arte totale e così le città sale da museo. In letteratura avanziamo nella tecnica di "ritagliare" e di “avvolgere" lasciando che sia il lettore a mettere insieme delle pagine ed anche a scegliere il finale. L'apporto di notevoli innovazioni madi investe anche nella musica, la danza e il teatro. Per mezzo di nuove componenti e sfidando la moda invecchiata dal cattivo gusto, con opere di grande qualità e bellezza, progrediamo nello spazio inedito lasciato dalle avanguardie e, superati i maggiori traguardi artistici, ci proponiamo anche un grande approccio pubblico. Mediante quest'arte si continua e si sviluppa la creazione, la fantasia e l'ingegno. In quanto al possibile "madi", cessa di essere un modello artistico per farsi progetto a lungo, lunghissimo termine e senza scadenze probabili, di qualcosa di di- verso, forse di una società a venire (superando la tragicità della situazione mondiale) dove la rivalorizzazione dell'uomo e della convivenza umana siano una realtà - e in risposta alla critica che si richiama a Hegel e Marx - in cui ogni individuo sarà solamente libero veramente, senza avere più bisogno dello stato. Allora e solo allora, l'arte con le avanguardie non avranno più ragione di essere."
A Napoli (dove c’è un fortissimo entusiasmo e una gran voglia di produrre arte, di aprire gallerie, caffè culturali e minimi spazi "per esserci" e per seguire le novità degli artisti, che non mancano e a cui non fa difetto la creatività, sorgiva e/o ragionata) è stato possibile visionare una mostra di rara eleganza, che avrebbe meritato, però, una sede ancor più prestigiosa e più ampi ambienti per accogliere più lavori a parete e più soluzioni plastiche.
Le opere presentate a Napoli sono il risultato di una determinata e franca dinamicità  cromo-costruttivista, che si distingue per il pregevole dominio dello spazio in cui s'incunea uno spirito pluri-modulare con singolari tagli astratto-geometrici, avvalendosi di precipitati progettuali che ben reggono valenze funzionali e caratteri ludici.
 
Napoli/Roma, ottobre 2003

 

 

Maurizio Vitiello 

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