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           Maurizio Vitiello su Irene Petrafesa
                
"SENSI VITALI IN RIQUADRI CENTRALI"
 
 
 
 
.......... Emanuele Cazzola, Gustavo Delgado e Francesco Salamina con Precisi Contributi, raccolti in un precedente catalogo, hanno sottolineato che la ricerca di Irene Petrafesa risulta interessante.
La produzione dell'artista pugliese raccoglie nella sua "cifra pittorica" una metaforica capsula del tempo.
Su tele e tavole si evidenziano successivi perimetri, pienamente lavorati, ed ulteriori riquadri  in cui si distendono, si raggomitolano, si ritraggono, si rifugiano e si sostanziano assopiti sensi vitali in corpi adamitici, che ci fanno ripensare a quei vuoti lasciati dalle persone martoriate dall'annientatrice eruzione del Vesuvio, poi, colmati da misurati getti di gesso.
Quelli che noi vediamo a Pompei non sono i corpi solidificati delle povere vittime della furia vesuviana, ma le impronte solide derivanti da getti di gesso che hanno colmato il vuoto sotto terra stabilito dalla degenerazione fisica dei colpiti.
Il trattamento di recupero, inventato dalla sagacia operativa di Giuseppe Fiorelli nell'Ottocento, ci permette, oggi, di cogliere spasmi dei corpi ed estreme smorfie di dolore dei cittadini romani di Pompei, che cercarono disperatamente di mettersi in salvo e furono sorpresi dall'aggravarsi dei terribili eventi.
Le costruite immagini di Irene Petrafesa ci fanno ripensare e meditare sull'uomo, inviato speciale (?) del tempo.
L'uomo che viene dal tempo, che percorre il tempo e va verso un tempo indefinito ed infinito è una sorta di miracolo del divenire.
La pittura dell'artista ingravida e sottolinea la metafora dell'esistenza.
Insomma, fissa una vitalità in corpi formati, ma adagiati a compriniere il silenzio e ad ascoltare il proprio respiro interiore.
Le varie sequenze invitano a riflettere sull'esistenza, sulla ipotetica "macchina del tempo" che fa salire l'uomo senza avvisarlo del perché del viaggio.
Cromatismi essenziali, di timbro scuro, seguono direttrici segniche, che delimitano linee e pose massive, e sorvegliano un telescopico imbuto, che focalizza in una centralità forze luministiche e icastiche persistenze fisiche.
L'impianto, seppur scarno, marca un'evidente e forte matrice e quest'apparente contraddizione rafforza una doppia peculiarità visiva.
Si riconosce nella pittura, franca e diretta, di Irene Petrafesa un istinto poetico, sincero e ponderato, ed un senso di autonomia, intelligente e pieno, nonché uno spirito di ricerca, valido ed esperto.
Una razionalità costruttiva, determinata da un'indipendenza cromatica e da un suggerito reticolato di ripetute sottolincature, dispone immagini di struggente ed intimo realismo.
Sembrano rapprendersi inestinguibile bellezza del corpo umano, muto dolore e soffocata gioia.
E' una pittura corposa, colma di sensazioni, che registra pause estreme per far riflettere su indirizzi elettivi.
La pittura di Irene Petrafesa concepisce un dubbio.
Risultano focalizzati nei riquadri centrali della tenuta pittorica, stesa con gestuale evidenza dalla mano versatile di Irene Petrafesa, vitali o assopiti sensi adamitici?
Proprio questa condizione interrogativa promuove la sua teoria di immagini.
Si percepisce, comunque, il nocciolo della vita, quello che potrebbe accadere.
Il "fíl rouge" della vita è nascosto, ma presente, celato, ma non cancellato.
Tutto il contesto visivo sottintende vita e vitalità, possibili battiti e moti repentini.
L'artista non esplicita, ma coniuga variegate varianti, a cui s'attaglia il senso della vita.
La pittura di Irene Petrafesa accoglie la vita, ma anche il dubbio che principia sulla vita.
E' una pittura che cribra il senso del mistero della vita, ma che non annuncia ipotesi, né ipotetiche dimensioni di rivelazione.
La pittrice pone pause, come sostenuto dianzi, quasi a configurare la possibilità umana di decidere, di sostituirsi al destino divino, ben sapendo che la sosta sostenuta ed assunta ad icona, e riaffermata anche oggi, è e resta solo una magia, in questo caso pittorica.
Inserire una pausa è un atto umano di difesa, di fìne discrezione, di analisi, che può precedere acute riflessioni.
L'arte nel caso di Irene Petrafesa gioca appieno il suo ruolo, dimostra contenuto e forma.
L'intendere dell'artista motiva pregnanza concettuale e pregnanza materica.
L'interesse della pittrice parte da una visione antropocentrica che salda con colorazioni umorali ispessite.
Chi visita una mostra dell'artista pugliese ravvede nelle opere una singolarità espressiva, rafforzata da un'abile ambientazione registica, formulata da un'avviluppante rete segnico-cromatica.
Nell'ultima produzione dell'artista ci conforta notare che sussiste un'intrigante lotta che vede l'alternarsi di rese cromatiche, sempre più impresse con una maggiore velocità d'esecuzione, e quest'aggiornamento del codice apre ad una nuova tessitura, che richiama una versatilità informale.
L'artista, sollecitata dall'esercizio pittorico che la prende, raffina il suo stile.
I risultati attuali tendono verso una consistenza sempre più aperta, ma che esalterà sempre una doppia resa percettiva, una centrale, di sosta, in cui è disposto il sintagma umano con i suoi muti riferimenti, ed una periferica, di richiamo "informel", su cui si alimentano e si rincorrono segni, segnature, segnacoli, tracce, pulsazioni, accenti ed abbreviazioni coloristiche.
 
Napoli/Roma, 2002

Maurizio Vitiello

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