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           Maurizio Vitiello su  A. R. Sarnelli
 
Nota sulle opere di A. R. Sarnelli "FUORISCENA"
 

 

 
 
........ La vita non è un palcoscenico, ma molte volte l’uomo dimentica e pensa di dover recitare, anzi di esibirsi sempre.
L’artista tiene conto di questo "vezzo da pavone" di molti uomini e di molte donne ed allora centra personaggi ed interpreti.
A. R. Sarnelli conduce operazioni di "maquillage" e distribuisce aperte provocazioni, che, in realtà, celano nascondimenti.
Imbelletta, migliora, esalta varie e diverse figure e, quindi, assicura in una voglia di "maquillage" una parte dell’umanità e, poi, con vogliosa e panoramica determinazione affina ed accerta abili raffigurazioni di possibili nascondimenti.
Non redige il falso il nostro artista, dichiara le due facce della verità.
Su di una faccia si mostra l’aspetto mondano, quello che deve reggere il confronto con il mondo intero, e sull’altra si depone l’intimità, che quasi s’accosta ai perimetri, tanto ha voglia di sfuggire alla rappresentazione.
 
L’artista dichiara il doppio, come è di principio nelle sue facoltà, e rilancia nello specchio delle deduzioni prodigi e miserie di vita.
Sarnelli non entra in conflitto, perché rilancia ai suoi interlocutori, che si dividono tra tanti amici collezionisti e tanti fruitori della sua arte, i suoi messaggi in codice, contraddistinti da una "cifra" estetica, con i quali ha seminato incidenti incantesimi, dal segno icastico, e profili d’incantamento, dall’atmosfera vaporosa.
Nella progettualità di Sarnelli prende corpo una doppia paradigmatica scala: la vita e il teatro.
Non si pongono come valori staccati, perché verificandoli accettiamo un’etica del vivere a fronte di due coscienze, quella reale e quella virtuale.
Le opere di A. R. Sarnelli hanno tentato di centrare l’uomo, con i suoi accordi con il mondo, ma hanno dovuto "mettere a fuoco" anche i suoi disaccordi.
Ma Sarnelli intuisce, e si lascia sfuggire, che esperienze dolci o traumatiche o "performances" rallentate o forti non vengono, talvolta, colte né dal pittore, né dal fotografo e né dal regista, perché appartengono a quel soffio bello o drammatico di vita che è l’istante del "fuoriscena".
Quella nostra azione, che potrebbe rientrare nella lente d’ingrandimento dei fatti e dei pensieri, non risulta, invece, inquadrata nella tela, dalla macchina fotografica e dall’attenzione di chi scrive articoli o di chi mette in scena commedie o drammi o da chi, distratto, legge la vita in un altro angolo o da chi, per strane coincidenze o combinazioni, perde l’attimo giusto o da chi si rifiuta, per una o per mille ragioni, di fermare quell’attimo, che appartiene ed apparterrà solo alla vita e alla memoria di chi l’ha vissuto.
La memoria preserva ed identifica la nostra esistenza e si coniuga quale interfaccia della nostra coscienza.
 
Napoli/Roma, 2003

Maurizio Vitiello

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