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           Maurizio Vitiello su Vomero
Un asterisco per l’arte contemporanea al Vomero

 

 
 
.......... Il bravo artista Umberto Manzo, che conosco dall’inizio degli anni Ottanta, partito dalla realtà periferica di Ponticelli, è riuscito a lavorare con estrema serietà operativa.
Con discrezione ed abilità è riuscito ad esporre con mostre sensibili allo "Studio Trisorio" alla Riviera di Chiaja, impiantato dal compianto Pasquale Trisorio.
In seguito, con questa galleria napoletana, ha partecipato anche alle fiere d’arte di Basilea e di Madrid, ricevendo consensi, ed è, così, riuscito ad allargare il suo giro d’orizzonte.
Umberto Manzo, ma anche Nino Longobardi, Sergio Fermariello, Marisa Albanese, Maurizio Cannavacciuolo, Betty Bee, Baldo Diodato, Anna Sargenti, hanno contribuito alla "messa (in) estetica" della stazione metro di Cilea – Quattro Giornate.
Molti operatori del settore, riunitisi anche in spazi espositivi del Vomero, e non solo, non hanno discussso della valenza delle opere degli artisti presenti all’interno degli ambienti del metro e nelle isole esterne riurbanizzate, che è accettabile, ma hanno inteso dichiarare il loro disappunto per il metodo di scelta che è stato determinato.
La questione è tutta qui e va chiarita.
Sono stati scelti artisti, anche validi, ma questi hanno risposto ad un concorso pubblico, che determina una democratica questione di metodo, o hanno risposto a delle direttive estetiche decise da un critico ben informato?
Ma questo critico conosce, ha frequentato e scritto su tutti gli operatori interessanti della regione?
Conosce Giuseppe Antonello Leone, Vittorio Piscopo, Guglielmo Roehrssen, artisti futuristi degli anni Trenta, ancora attivi ed operanti?
Non avrebbero, forse, questi artisti meritato una lode comunale e/o regionale per la loro attività di tutto rispetto, ripresa, ad esempio, nelle pagine 637, 867 e 979 de "Il Dizionario del Futurismo", dell’editore Vallecchi di Firenze che ha pubblicato nel dicembre 2001; così, abbiamo avuto la possibilità di citare un editore non di sponda campana.
Non si è mai compreso quale fosse l’unità d’intenti del critico ordinatore della metro partenopea.
 
Il famoso critico Achille Bonito Oliva ha declinato inviti ad artisti che hanno giocato le loro carte sul "nomadismo", quale codice e, nel contempo, occasione estetica seduttiva, o ha anche invitato altri operatori agganciati anche ad altri parametri o codici o filoni, come dir si voglia?
Crediamo che non abbia fatto solo riferimento al "nomadismo" e basta un nome: Renato Barisani, che ha attraversato l’arte e la storia dell’arte e mai nessuno ha riferito che ha attraversato da "nomade" il Novecento.
Opere di Renato Barisani possono essere apprezzate a Via Salvator Rosa e a Piazza Quattro Giornate.
Nella piazza dello "Stadio Collana", una sua scultura in rosso e in nero (che io chiamo: "mezzo gladio", perché mi ricorda l’arma degli antichi romani) è assalita, quasi vandalizzata da incollaggi di fogli, i più strani, o da graffi rabbiosi, quotidianamente da bande di ragazzi e ragazzini, gli stessi che lasciano pascolare il proprio amico cane sui giardinetti della piazza, ormai lordi ed insicuri.
Una puntatina di vigli urbani, poliziotti, carabinieri sarebbe salutare.
Ma, forse, si sta pensando di delegare a questo controllo il famoso "poliziotto di quartiere"?
Nella stessa Piazza Quattro Giornate sono state installate direttamente sulla cortica erbosa due sculture, "il discobolo" e "il velocista", di Lydia Cottone, che erano posizionate precedentemente su blocchi in giardini, prima, appunto, che iniziassero i lavori, da poco completati, del metrò.
Queste opere appartengono ad un’altra cultura estetica, ma sono ritornate, perché patrimonio pubblico, dove erano, e senz’altro sono diverse da altre opere della stessa Lydia Cottone, come le pietre ollari e le pietre vesuviane, donate alla Provincia di Napoli, esposte al Chiostro di Santa Maria La Nova, sede dell’ex Provveditorato agli Studi di Napoli.
La fontana di Ernesto Tatafiore, artista d’indiscusso acume psicanalitico, installata a Via Scarlatti lascia perplessi.
Non vogliamo discutere della qualità dell’opera, ma della sua allocazione e collocazione.
Sarebbe stato meglio un altro fronte visivo e una diversa misura della struttura in un contesto metropolitano predisposto ad accoglierla e a metabolizzarla.
Artisti internazionali ed artisti campani, ma fondamentalmente "glocal" - globali e locali, nel contempo - potrebbero attivare le loro partiture visive al Vomero, quartiere della città che offre punti suggestivi.
O solo Piazza del Plebiscito è l’unico punto aperto quale riferimento per l’arte contemporanea a Napoli?
 
Napoli, 2003

Maurizio Vitiello

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