- I.F.
"Impossible Figures"
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- Curiosità, paradossi visivi, ambiguità
spaziali, sono le scoperte inattese e gli interessanti paralleli iconografici, in varie
epoche e culture, della storia delle "Impossible Figures".
- La storia delle
figure impossibili
("Impossible Figures") è ancora tutta da scrivere. Fra curiosità percettiva,
ricerca scientifica, simbolizzazione enigmatica la collocazione delle "Figure
Impossibili" muta, per appartenenza, ad ogni nuova analisi. E' abbastanza noto il
primo approccio (per lo meno ritenuto tale fino a poco tempo fa) di M.C. Escher alla
problematica figurativa di queste strutture. L'ispirazione gli fu fornita dalle
illustrazioni contenute nell'articolo, sugli oggetti impossibili, firmato da Roger e
Lionel Penrose e comparso nel 1958 sulle pagine del British Journal of Psychology. Da
allora è iniziata la fortuna delle "Figure Impossibili", veri paradossi
geometrici, fra i quali il "tribar" e le "endless winding stairs" sono
ormai famosi non solo fra gli addetti ai lavori. Ma nell'analisi storica spesso ci si
imbatte in anticipazioni dei modelli pur restando questi ultimi originali in assenza di
una dimostrata derivazione culturale. Questo è accaduto anche per le "Figure
Impossibili" e come hanno sottolineato, durante il congresso su Escher della
primavera '85 tenutosi a Roma lo stesso Penrose e Bruno Ernst (autore del noto saggio The
magic mirror of M.C. Escher), già nel 1934 lo svedese Oscar Reutersvärd aveva iniziato
la sua produzione di figure impossibili. Bisogna aggiungere che la multidimensionalità o
meglio ambiguità spaziale delle "Figure Impossibili" trova germe già nel
Cubismo (Reutersvärd stesso era stato allievo di Léger e si dichiara seguace
dell'ideologia postcubista) e, se si vuole retrocedere ancora nella comparazione delle
immagini, si possono scoprire inattesi ed interessanti paralleli iconografici in varie
epoche e culture. Prima di procedere in questo senso, sarà bene compiere una breve
digressione nell'ambito della percezione visiva al fine di intendere meglio in che cosa
consistano le "Figure Impossibili". Le condizioni di "trasgressione alla
congruenza spaziale" delle parti e di "enantiodromia" delle stesse
costituiscono peculiarità di due categorie fondamentali alle quali si possono assegnare,
per genere, le figure impossibili. Il "tribar" e le "scale senza fine"
rientrano nella prima categoria; la loro ambiguità percettiva ed impossibilità è
determinata difatti da una errata connessione delle parti (barre o scalini) che genera il
paradosso visivo. Non è possibile in effetti derivare da questi modelli un oggetto
tridimensionale se non ben differente, in sostanza, dall'immagine suggerita dal disegno.
Il "triangolo impossibile" potrebbe dunque essere costituito da una forcella
(come illustrata da R.L. Gregory e E.H. Gombrich in Illusion in nature and art) che,
osservata da un punto di vista particolare e monoculare, concede il sovrapporsi
prospettico degli estremi divaricati. Ancora più suggestivamente sono state condotte
delle trasposizioni tridimensionali del notissimo Belvedere di Escher, ma l'obbligatorio
intrecciarsi delle colonne nell'oggetto della cristallografa C. McGillavry o il loro
disgiungersi fisico, dalla parte che illusoriamente sorreggono, in quello di Shigeo Fukuda
mostra ancora più evidentemente l'impossibilità spaziale di tali modelli. Alla seconda
categoria si possono ascrivere i cosiddetti "open solids" o solidi incompleti e,
da questi derivate, le "gradinate impossibili" che, su due versanti di
ipotetiche piramidi, generano accrescimento o riduzione disomogenei del numero degli
scalini. Torsioni spaziali ed evanescenze li caratterizzano: in essi osserviamo alcune
superfici solide trasformarsi in interspazi vuoti oppure mutare la propria condizione
verticale in orizzontale mentre muoviamo l'attenzione dell'occhio da un capo all'altro del
disegno. Classico esempio ne è il cosiddetto "forcone del diavolo" (D.H.
Schuster An ambiguous figure: a threestick clevis) che possiede ad una estremità della
figura due aste e all'altra, sorpresa, tre. Denominatore comune a tutte le "Figure
Impossibili" è l'instabilità percettiva generata nell'osservatore. Parenti stretti
delle classiche immagini reversibili (quali il "cubo di Necker", la scala di
Schröder, l'effetto figura sfondo di Rubin o la figura di Thiéry) e affini
topologicamente alla banda di Möbius come alla bottiglia di Klein, non concedono mai una
visione globale e coerente della figura nel suo insieme stimolando invece una serie di
valutazioni spaziali reciprocamente e continuamente contrastanti. D'altro canto
l'ambiguità percettiva non è appannaggio unicamente della visione umana anzi costituisce
problema di fondo nella messa a punto della visione artificiale degli elaboratori
elettronici. Ricerche fra le quali quelle di D.A. Huffman, M.B. Clowes, R.L. Gregory, per
citare solo alcuni fra gli esempi più noti, o i più recenti sviluppi di Zenon Kulpa,
D.C. Marr o di D.L.Waltz, hanno dimostrato come l'elaboratore elettronico nel leggere
tracciati bidimensionali come rappresentazione di corpi tridimensionali, nel caso delle
"figure Impossibili" viene tratto in inganno quanto l'occhio umano. E'
necessaria sia per l'uomo che per la macchina una valutazione multipla della figura in
oggetto ossia, con un minimo di due livelli di osservazione successivi ed interrelati, la
determinazione di graduali categorie di possibilità o impossibilità tridimensionale
della figura. Riprendendo le considerazioni sull'arte figurativa si può notare come dei
"nonsense", veri "calembour" spaziali, si riscontrino in una divertita
incisione di Hogarth, nelle carceri di Piranesi e, anche se non è dimostrabile che siano
volute, in frequenti errate prospettive di epoca medievale. Meno evidenti ad una immediata
considerazione ma ben più significative, specie per la portata simbolica, sono poi le
ornamentazioni, quei complessi e tormentati "ghirigori" spesso sfuggenti ad una
osservazione critica e che con tanta profusione caratterizzano la decorazione islamica o
la miniatura dell'occidente medievale, come pure molta scultura romanica e l'arte celtica,
per limitarci ad alcuni esempi. Gli interminabili intrecci e sequenze di nodi, materia
anche di puro virtuosismo (gli stessi Leonardo e Dürer vi si sono cimentati)
costituiscono per la cultura islamica elemento fondamentale di espressione simbolica. La
religione islamica vieta la rappresentazione naturalistica cosicchè l'essenza e la
complessità della "manifestazione" vengono espresse mediante le ornamentazioni
geometriche. Queste ad un primo esame risultano obbedire a ferree leggi di congruità sia
nella tassellazione del piano che nella configurazione degli intrecci ma se, come alcune
ornamentazioni a rilievo parrebbero suggerire, attribuiamo spessore e rettilineità ai
segmenti delle rappresentazioni, affiora un disorientante senso di impossibilità
spaziale. si potrebbe affermare che i "contrasti polari" insiti nella
"manifestazione" e che solo in Allah (l'Inespresso) si risolvono, abbiano un
parallelo simbolico nella omogeneità globale delle decorazioni e nella bilocazione
ambigua dei luoghi geometrici singoli. Per quanto concerne l'Occidente medievale, le
speculazioni sulla natura del male nei confronti del bene e la visione
"escatologica" della fine dei tempi come avvento dell'anticristo, possono
aiutare a leggere in modo più significativo l'incredibile fioritura decorativa dei codici
miniati. L'idea persiano-ebraica dell'inizio e della fine dei tempi, che come sottolinea
Jung (Aion) ha penetrato fin dall'inizio la tradizione cristiana, muove attraverso il
tempo, misura inconciliabile con l'estensione spaziale, lo snodarsi simbolico degli
intrecci. Gioacchino da Fiore, personaggio di spicco all'interno della cultura del XIII
secolo, espresse teorie sul mistero trinitario che furono condannate dal IV Concilio del
1215. Nel suo splendido Liber Figurarum (Codice Reggiano, R1, tav.XI), ribaltamento
enantiodromico e incongruità spaziale vengono riassunti simbolicamente in immagini che si
intrecciano in modo impossibile. Ugualmente impossibile risulta l'incastro delle ruote
nella visione di Ezechiele raffigurata nell'evangeliario della Biblioteca di
Aschaffenburg; affine è la doppia ruota provvista di un unico mozzo che, sulla facciata
della cattedrale di Amiens, secondo Fulcanelli, rappresenta il fuoco di ruota, ossia
l'operazione attraverso la quale la prima materia viene trasformata in pietra filosofale
dall'alchimista. Ma si sa che nell'alchimia: prima materia, pietra, opera e alchimista
coincidono. L' "ouroboros", il serpente che morde la propria coda, indica
l'operazione e la materia "mercurio" dalla doppia natura in cui convergono e
coincidono gli opposti. Si può suggerire un parallelo fra la raffigurazione androgina del
mercurio, l'iconografia di animali con parti anatomiche in comune e le "Figure
Impossibili".
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