Claudio Grandinetti    

OPERE 2008 -2011

 

Trafitto n° 2 Trafitto n° 3 Trafitto n° 4 Trafitto n° 5 Trafitto n° 7 Trafitto n° 8 Trafitto n° 9 Trafitto n° 11 Trafitto n° 12 Trafitto n° 13 Trafitto n° 14 Trafitto n° 15  Trafitto n° 17 Trafitto n° 18 Trafitto n° 19 Trafitto n° 20 Trafitto n° 21 Trafitto n° 16Trafitto n° 22 Trafitto n° 23 Trafitto n° 24  Trafitto n° 25 Trafitto n° 26 Trafitto n° 27 Trafitto n° 28 Trafitto n° 29  Trafitto n° 37 Trafitto n° 38 Trafitto n° 40

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Il cuore è l’emblema delle opere dell’artista cosentino che espone nella Trend line gallery
 
Tutti “trafitti” da Grandinetti
 
Nel temporary store della Marano saranno in mostra fino al 31 agosto
Di Giulia Fresca
 
Siamo tutti cuori “trafitti”, chi per amore, chi per dolore, chi a causa dell’odio, chi per colpo di fulmine. Il cuore trafitto è l’emblema delle opere che Claudio Grandinetti, eclettico artista cosentino, ha offerto nella mostra “trafitti”, appunto inaugurata giovedì alla Trend Line Gallery di Corso Telesio, il Temporary Store di Dora Marano che sta offrendo ai cosentini l’arte nel periodo estivo in un  contesto come quello del centro storico che ne diventa mirabile cornice. “E’ un artista calabrese di valenza oramai internazionale per aver partecipato alla 51^ Biennale di Venezia e per i numerosi progetti  con la Mail Art che lo hanno messo in contatto con tanti artisti – ha detto Tiziana Vommaro presentando l’opera di Grandinetti – Questa idea combacia perfettamente con l’obiettivo della Trend Line che ha impostato la sua azione qui nel centro storico sulla contaminazione. Artisti, culture e visioni diverse che stanno riscuotendo grande interesse da parte dei visitatori, attratti da un luogo libero e meno costrittivo di una galleria tradizionale”. I colori dei tasselli costruiscono i cuori di Grandinetti, trafitti da frecce e spilli ma ci sono anche le immagini note della terribile regina Grimilde con in mano il cofanetto nella quale conservare il cuore di Biancaneve “ ne sono sempre stato attratto – ha detto Grandinetti – perché per la strega, il cuore è la prova. E si può colpire il cuore anche per  vanità oltre che per odio. Ma il bene prevale sempre sul male ed infatti nel mio cuore di legno, trafitto, rinasce la vita dell’ulivo, della pace, che porterà nuove “mele”. Già perché questa in fondo è la vita. Il bene senza il male non sarebbe riconoscibile. Suggestiva poi l’immagine della donna che respira l’aria dal suo stesso cuore con una maschera antigas. “E’ il messaggio al bene contro la guerra. La donna crea l’uomo e solo respirando attraverso il suo cuore può mantenere vivo il senso vitale nonostante la distruzione intorno.
       L’estro e la versalità dell’arte di Grandinetti sono stati così protagonisti della mostra patrocinata dall’Amministrazione comunale e curata da Dora Marano, che si inquadra negli eventi di arte contemporanea progammati all’interno del Temporary stores e che rimarrà a disposizione dei visitatori fino al prossimo 31 agosto. All’inaugurazione era presente l’assessoree comunale Rosaria Succurro. “Claudio Grandinetti – ha detto la Marano – Pur elaborando opere in formato tableau, i suoi lavori sono un compendio di tecniche e risorse plastiche ed i quadri aprono al fruitore tutta una serie di “finestre”, di “interfacce” immaginifiche ed immaginarie che, come in un infinito gioco di specchi, alla stregua di innumerevoli scatole cinesi, percorrono il modernismo ed inglobano tutta una serie di situazioni di avanguardie artistiche”.
 
Il Quotidiano della Calabria Cosenza e Provincia Anno 18 N. 227 Sabato 18 agosto 2012 Articolo di Giulia Fresca

 

Presentazione di Tiziana Vommaro alla vernice della mostra Trafitti di Claudio Grandinetti.

Claudio Grandinetti

La personale di Claudio Grandinetti rappresenta il terzo appuntamento della Trend Line Gallery, lo spazio cittadino dedicato all’arte contemporanea curato da Dora Marano.

Le opere esposte questa sera, circa una ventina, appartengono al ciclo Trafitti e come potrete vedere l’elemento del cuore viene riproposto come una charma in ogni opera. Il cuore è declinato in ogni sua forma e soprattutto riproposto sotto ogni forma artistica. All’interno delle così dette cassette ludiche, le scatole in legno che caratterizzano le produzione artistica di Grandinetti, troverete cuori scolpiti nella pietra, cuori di legno, di gesso, di stoffa, delle coloratissime tarsie in legno dai rimandi nespoliani (vi segnalo a tal proposito i trafitti n. 22 e n. 24 realizzati secondo questa tecnica) e poi opere come quelle su tela in cui il tema del cuore viene affrontato in chiave concettuale.

Il cuore iconograficamente porta la nostra mente su tematiche amorose ed affettive ma i cuori di Grandinetti sotto la loro veste giocosa e scherzosa sono lo spunto per affrontare dei temi sociali, i cuori dunque sono lo strumento di cui Grandinetti si avvale per denunciare la frivolezza ed il materialismo della società contemporanea.

Le cassette ludiche presenti in questa mostra sono differenti da quelle precedenti in cui l’artista, come in una sorta di scatola della memoria raccoglieva oggetti trovati durante i suoi viaggi o nei mercatini dell’antiquariato. Le cassette ludiche sono dei veri e propri appunti di viaggio narrati attraverso gli oggetti. L’insieme di questi oggetti colorati incasellati in queste teche di legno rappresenta per il fruitore per entrare nel visionario mondo di Grandinetti e per sbirciare nel profondo dell’artista e scoprire le sue passioni i suoi gusti una sorta di libreria aperta al mondo.

Le opere presentate questa sera invece, seppur richiamano la tecnica delle cassette ludiche da esse si discostano proprio perché, come dicevo prima esse celano in sé la denuncia sociale verso la società delle apparenze.

A tal proposito visto la profondità dei temi trattati e rimandi all’arte concettuale le cassette ludiche di questa sera ho preferito ribattezzarle come thinging box, scatole pensanti:

esse catturano l’attenzione del fruitore affascinato dalla presenza dei cuori, dei richiami POP attraverso la presenza di opere di Haring e dei fumetti dopo di chè lo invitano a pensare.

In queste opere è presente la strega di Biancaneve. La sua presenza indica la società sopraffatta dalla vanità, dalla voglia di primeggiare anche a discapito dei sentimenti. Non dimentichiamo che la strega di Biancaneve pur di ottenere il primato di più bella del reame aveva avvelenato Biancaneve in un sonno eterno. In un’altra thinging box l’immagine della strega è associata anche ad un fumetto che recita in tono sprezzante “questo stupido cuore”. In quell’opera c’è un duplice significato: quello autoironico e quello sociale.

Nel primo Grandinetti si prende in giro a scherza sulla sua arte e suoi soggetti preferiti, i cuori appunto. Ma da una lettura più attenta emerge la critica la che l’artista muove alla società oramai incentrata su rigide e fredde regole economiche che lasciano poco spazio ai sentimenti, in cui quindi non c’è posto per stupide faccende di cuore.

Sempre su questo filone anche se più toccanti sono le opere su tela (fotografie digitali) in cui è rappresentata una Madonna trafitta da centinaia di spade e una donna, ancora una volta una donna, con una maschera antigas.

Queste due opere di chiara impronta concettuale colpiscono con violenza suscitando quasi paura e angoscia. Nella prima la Madonna è trafitta dalle spade, ogni spada rappresenta le crudeltà del mondo, come le guerre i disastri ambientali, tutti eventi dettati dall’egoismo dei singoli e dal non amore verso il nostro ambiente. Ancora più toccante è l’opera in cui è rappresentata una donna con una maschera antigas. La donna si protegge dal gas che lo circonda, il gas è il cattivo della società mentre lei respira attingendo l’aria non dai polmoni bensì direttamente dal suo cuore. Il cuore puro di una donna, trafitto d’amore, le permette di sopravvivere in una società competitiva e sterile e lei trova dentro di se le forza e all’interno dei propri affetti la forza di vivere.

Cosenza 16 agosto 2012


 
PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA SAPERE AUDE
Circuito Off 55ma Biennale di Venezia Curated by Miguel Ángel Cuevas
Venezia, 31 maggio 2013


Vorremmo invitarvi alla fruizione, vale a dire all’accettazione delle opere che vi presentiamo. Lo spettatore richiesto dall’arte, da ogni arte, diceva Pasolini, è colui che partecipa; cito dai suoi saggi raccolti in Empirismo eretico: “Lo espettatore non è colui che non comprende, che si scandalizza, che odia, che ride; lo spettatore è colui che comprende, che simpatizza, che ama, che si appassiona. Tra autore e spettatore [tra opere e fruitore, diremmo] si stabilisce un drammatico rapporto trasingolo e singolo democraticamente pari.” Un Pasolini che, per l’appunto, abbandonò ereticamente la Mostra cinematografica di questa città nel ’69, accusando gli organizzatori di averla fatto diventare uno spettacolo alla stregua dell’omologazione culturale, della banalità, dell’appiattimento mentale, della mutazione antropologica dell’essere umano: da cittadino, da coscienza pensante, civile e critica, a consumatore. Anche allora il regista bolognese avrebbe potuto gridare a questa città e a tutto ciò che rappresenta: Sapere aude! Abbi il coraggio di usare la tua mente! E il suo urlo dovrebbe ancora oggi, forse oggi più di allora, sentirsi in questa Biennale del rotocalco e la finta provocazione, della fallace messinscena di tanti io autoriali che si autocompiacciono, in questa fiera dalle tante opere quali ingranaggi nella macchina del mercato.
Ma vorrebbero essere pure, queste parole, un invito alla riflessione: a una riflessione che tenti di riguadagnare il tempo, che s’impegni nel riappropriarsi del presente. E vi proporrei di partire da un’osservazione dell’artista basco Jorge Oteiza: “Non parlo di quello che so già, ma di ciò che lo stesso parlare, procedendo, mi fa a mano a mano sapere.”Pensandola in questo modo, nella mostra che vi proponiamo, i tratti i gesti i suoni le parole delle opere plastiche performances installazioni, non cercano di ripetere, di riprodurre, di rappresentare niente collocabile al di fuori di esse –pur avendo una molteplicità concettuale o formale di sensi– bensì di presentare se stessi, anzi di presentificarsi come tali, come tali tratti segni suoni parole. Di farsi presenti; o meglio, di diventare presente. Perciò richiedono dallo spettatore, dal fruitore “democraticamente pari”, che questi si riappropri, tramite esse (le opere) del presente, del proprio presente.
Rendiamocene conto: il presente è condannato ad essere, subito, passato: “metafísica dell’istante” è stata chiamata questa condizione. Ma non è vero, almeno non è accertato, che il tempo presente abbia consistenza e durata poich
é ha già messo un piede nel futuro che lo conferma. No. Il futuro annienta, annichilisce, incenerisce il presente se cadiamo nella trappola della smaniosa strategia dell’aggiornamento. E non è neanche questo il problema più grave: il presente non diventerà passato, ma lo è di già: un remoto rudero davanti alla valanga di possibili futuri, davanti allo smarrimento provocato da un futuro immediato che subito a sua volta diventerà remoto passato. Un futuro che esisterà appena come presente per divenire subitaneamente residuo: un futuro che esiste soltanto come condanna al fallimento del presente. Non soltanto quindi ci hanno rubato, ci siamo lasciati rubare, la memoria, ma anche il presente: cioè, tout court, il tempo.
Questa mostra che vi proponiamo si vuole porre, dicevo, come occasione per la riflessione ed il recupero sul tempo e del tempo. E anche per il recupero di un luogo, di uno spazio: lo spazio stesso dell’arte come luogo di pensiero e di azione.
E vorrei, proprio a questo proposito, parafrasare certe idee di Jacques Derrida. Dove avviene l’opera? –si chiede. Dove comincia? Dove finisce? Qual’è il suo limite interno? Quale quello esterno? Come determinare l’intrinseco dell’opera, ciò che è, che esiste dentro una data cornice? Anzi, come determinare in cosa consiste la cornice, ogni immaginabile cornice? Perch
é l’estrinseco, il fuori, partecipa sempre, volente o nolente, della scena, dell’opera, dell’addentro.
Ecco, vi invitiamo a riflettere, con queste opere, a partire da queste opere, su di loro –ma anche su voi stessi, fruitori “democraticamente pari” che, oggetto eppure soggetto dell’opera, come cornice, fate parte della scena. In fondo, sempre, non con linguaggi, ma di linguaggi si parla, sempre attraverso la costruzione di linguaggi si procede nella conoscenza, nella coscienza, come insegna Oteiza. Altrimenti, inesorabilmente si cade nelle reti, nelle trappole dei discorsi bell’epronti.
Anche perchè –adesso è Georges Steiner a servirci da guida –“le sorti del linguaggio [dei linguaggi, preciserei] costituiscono la sostanza cognoscitiva del nostro essere; ma solamente acquistiamo la distanza sufficiente per osservarle dall’esterno tramite quel salto irrimediabile fuori dal linguaggio che è la morte.”
Nel frattempo, disponiamoci, precipitiamoci direbbe Derrida: “precipitiamoci sulla domanda che cerca il suo cammino verso l’irripetibile, sulla domanda che cerca di farsi strada a partire dall’irripetibile”. Si tratta sempre di quesiti: nient’altro dice l’arte.
E noi, invece? Noi, cornice? Azzardiamoci a sapere, a voler sapere: magari a rischio di niente trovare: ovvero di trovare: di trovare niente. Ritroviamoci il coraggio di usare i nostri linguaggi –quello che ognuno sarà in grado di conformarsi–, di non pensare con parole altrui, con discorsi altrui. Riacquistiamo una nozione di linguaggio come strumento di conoscenza, non d’identificazione di una così detta realtà che altri, manipolando tempi e spazi, ci prepara. Disponiamoci, tramite queste opere, ad avere il coraggio di comprendere, di indagare nell’arte come possibilità prettamente umana d’espressione: ché sarebbe indagare in noi stessi attraverso l’arte.
Infine, a coloro che riterranno forse di già sapere (e che giudicheranno di conseguenza inutilmente pleonastiche e mostra e presentazione, abituati a chiudere ogni cosa nel cerchio di vecchie verità acquisite), ricorderei certi versi, ancora una volta, di Pier Paolo Pasolini: “L’amare, il conoscere conta, / non l’aver amato, non l’aver conosciuto”.

Miguel Ángel Cuevas

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