Riccardo Francalancia  1886 - 1965

 

                   

Riccardo Francalancia nasce ad Assisi il 9 novembre del 1886 e muore a Roma il 20 maggio del 1965. Fu un italiano nato da Emma Tini, di famiglia gentilizia, e da Gustavo, ricco proprietario terriero. In giovinezza compie studi classici e si laurea in Scienze politiche e coloniali presso l'Università di Roma. Dopo il 1913 vive a Roma, si impiega presso il Credito italiano e inizia a prendere contatto con l'ambiente artistico e culturale della capitale, frequentando la Casa d'Arte Bragaglia e la "terza saletta" del Caffè Aragno. La passione per la pittura si manifesta intorno al 1919. Sono di questa data i primi timidi paesaggi e molti disegni, spesso legati a una vena fantastica e surreale, vicina a quella dell'amica Edita Zur-Muehlen Broglio, pittrice e animatrice di "Valori Plastici". Nel 1921 Mario Broglio gli offre la possibilità di esporre nella mostra Das junge Italien che tra la primavera e l'inverno di quell'anno è ospitata in varie città tedesche. Dalle carte dell' "Archivio di Valori Plastici" risulta che alcuni quadri di Francalancia entrano a far parte della "quadreria" che Broglio mette in piedi a fini commerciali insieme a Mario Girardon, finanziatore della rivista.. Nel 1922 è nuovamente Mario Broglio ad appoggiare l'amico presentando un suo gruppo di opere esposto alla "Fiorentina Primaverile" insieme alle altre del gruppo di "Valori Plastici". In questo periodo Francalancia abbandona l'impiego in banca per dedicarsi interamente alla pittura. Nel corso degli anni Venti espone alla Biennale romana ( 1925) e a varie mostre del "Novecento Italiano". La prima personale è del 1928, alle "Stanze del libro" in Piazza Rondanini. Trentatré le opere esposte, dai paesaggi dell'Umbria e del Lazio, alle nature morte, agli interni. Propiziatore della mostra è il collezionista Angelo Signorelli, autore anche di una presentazione in catalogo. Nel giro di pochi giorni quasi tutti i dipinti vengono venduti, tra gli acquirenti troviamo Alfredo Casella che si aggiudica due paesaggi e l'interno malinconico. Notevole anche l'attenzione della critica. Francalancia ha ormai un posto riconosciuto nel panorama artistico romano, quando nel 1929 espone alla prima mostra Sindacale viene accolto da Roberto Longhi con il nomignolo "la clarissa del Banco di Roma", per ricordare i suoi trascorsi lavorativi e la sua tendenza a una pittura contemplativa, eppure alcuni dei suoi dipinti (ad esempio il Ritratto di Sergiacomi) rivelano strane assonanze anche con il versante più espressionista della "Scuola romana", tanto che alla Seconda sindacale (1930) li troviamo nella stessa sala di quelli di Mafai e Scipione. La partecipazione alla Quadriennale(1931), alla Biennale di Venezia del 1932, la vittoria nello stesso anno del premio per l'Arte Sacra a Padova, segnano un momento di buoni successi. Il suo nome è ormai regolarmente affiancato a quelli di Trombadori e Donghi all'interno delle ricerche del "realismo magico", anche se ormai la fortuna di questo tipo di pittura comincia declinare. Anche un critico fine come Alberto Francini , recensendo la Biennale del '32, preferisce usare la definizione denigratoria di "metafisica addomesticata" .Tra il 1933 e il '34 Francalancia soffre di una malattia nervosa che lo costringe a durissime cure cliniche e a lunghe soste nel lavoro. Nel 1935 lo troviamo con tre dipinti alla II Quadriennale romana. Riprende a dipingere intensamente, lavorando sui temi consueti: i paesaggi umbri e laziali, la natura morta, la veduta romana. Negli anni successivi le mostre più importanti si tengono a Roma alla galleria delle Terme (1942) alla "Palma" (1951) alla "Tartaruga" (1956), alla "Nuova Pesa" (1964). Nel dopoguerra continua ad essere apprezzato soprattutto come paesaggista, ottenendo in questo campo alcuni riconoscimenti (Villa S.Giovanni 1957, Acitrezza 1961) Nel catalogo di una personale alla galleria "Il Camino" pubblica per la prima volta uno scritto sulla propria pittura, scelto tra le centinaia di fogli che da anni riempie di appunti, aforismi, pensieri: "L'opera d'arte non deve far rimanere perplesso e sorpreso lo spirito di chi osserva, come di fronte a qualche cosa di eccezionale e di incomprensibile, ma deve destare un sereno sentimento di commozione tanto profondo e invadente quanto più è espressa la commozione che l'artista prova davanti alla natura./.../". Muore a Roma il 20 maggio 1965.

  

   

  

   

 

 
Contenitore d'Arte Moderna e Contemporanea