Robert Morris  1931

 

   

Nasce nel 1931 a Kansas City (Missouri), frequenta il Kansas City Art Institute e la University of Kansas City, ma è costretto a interrompere i corsi a causa dell’obbligo militare nella guerra in Corea (1951-52). Successivamente, riprende gli studi al Reed College di Portland nell’Oregon, estendendoli alla filosofia, materia che resta tutt’oggi una importante chiave di lettura della sua opera.

Dopo la laurea (1955), si trasferisce a
San Francisco dove, oltre a dedicarsi alla pittura, partecipa alle performance di alcune delle più importanti scuole di danza d’avanguardia. Nel ’57 e nel ‘59 tiene le sue prime mostre personali alla Dilexie Gallery. Nel 1960 si trasferisce a New York, collabora con il Judson Dance Theater e crea le sue prime sculture: si tratta di forme geometriche realizzate in compensato, anonime e senza particolari descrittivi, organizzate nello spazio in modo da enfatizzare il loro rapporto con le dimensioni del corpo umano. Nel 1963 tiene una personale alla Green Gallery e quattro anni dopo inizia una collaborazione, tuttora in corso, con la galleria Leo Castelli.

La prima produzione tridimensionale di Morris nasce dalla continua attenzione alle problematiche del corpo e del movimento, nonché da una attenta riflessione sulle opere di
Marcel Duchamp, che lo porta all’utilizzo di oggetti ready-made, talvolta appositamente costruiti. Le sculture sono sempre caratterizzate da una forte base teorica-sperimentale: l’artista indaga la sua arte non soltanto attraverso le forme ma servendosi anche di numerosi scritti che, pubblicati su “Art Forum”, fanno di lui uno dei massimi teorici della Conceptual-art americana. Nell’arco della sua carriera dimostra comunque di poter sempre affiancare alle forme minimali altri linguaggi e influenze che possono avvicinarsi di più alle esigenze espressive del periodo. La sua profonda conoscenza della storia dell’arte, lo porta ad avvicinarsi all’arte primitiva, all’architettura islamica ed ai grandi padri dell’arte occidentale, con la predilezione di alcuni maestri italiani come Leonardo e particolarmente Donatello.

L’attenzione per lo spazio della visione e del movimento lo porta presto ad indagare l’
arte ambientale. Nel 1971 crea Observatory, un’enorme opera di Land Art in Olanda che rivela l’interesse per le linee Nazca, osservate durante un suo viaggio in Perù. Dello stesso periodo sono i primi disegni per la serie Labyrinths e le installazioni realizzate con l’uso degli specchi.
All’inizio degli anni ‘80, al termine di una sua importante opera ambientale, sorprendentemente manifesta un radicale cambiamento nella sua arte. L’artista, attraverso la creazione di enormi bassorilievi in bronzo o resina a forma di
cornice, introduce un nuovo linguaggio espressionistico che crea una visione quasi apocalittica delle forme. Le cornici recano calchi di teschi e ossa, che rimandano a modelli barocchi, e contengono al centro pastelli su carta o metalli patinati astratti, che si richiamano a distruzioni della materia o comunque a visioni catastrofiche.

Più recentemente Morris affianca alla scultura ed alle installazioni un rinnovato impegno nel campo del disegno. Tra le numerose serie, ricordiamo i
Blind Time Drawings, opere eseguite dall’artista bendato, per sottolineare lo scarto tra l’idea e la realizzazione, tra il proposito dell’artista e il limite del corpo. Nell’evoluzione del lavoro è stato fondamentale lo scambio di idee con il filosofo americano Donald Davidson, mentre Ludwig Wittgenstein è stato il riferimento per la serie Investigations, iniziata nel 1990.

I suoi progetti eseguiti per i luoghi pubblici sono numerosi. Alla XI Biennale di Carrara viene esposto un
inedito Progetto per una Città Toscana, prestigioso monumento di chiara ispirazione michelangiolesca, da realizzare in marmo e acqua. Ideale confronto con l’opera realizzata per Carrara (dove la casetta in muratura contiene un gufo, la “nottola di Minerva” menzionata negli scritti di Hegel, simbolo della sapienza ma anche del terrore notturno). Nel corso della mostra ci sarà anche la documentazione delle opere realizzate per il presbiterio e per il Museo del Duomo di Prato (2001). L’ambone in bronzo e marmo ha la forma di un saio, in omaggio a Santo Stefano a cui è dedicata la Cattedrale (nel materiale, nel colore e per il realismo formale, ricorda le cornici nere degli anni Ottanta). L’ambone affianca l’altare bianco, dalle linee geometriche pure (erede delle prime opere minimali); all’interno dell’altare una luce viene accesa all’inizio di ogni rito e, filtrando attraverso le vene del marmo di Alicarnasso, dà corpo a quell’illuminazione spirituale che si incarna nella celebrazione eucaristica; un candelabro in bronzo e marmo completa l’assetto presbiteriale. Nel vicino chiostro, orientata verso l’ingresso del Museo dell’Opera del Duomo, un’altra opera in marmo di Morris: "Quattro per Donatello".

Nel
1994 Morris ha tenuto una grande mostra retrospettiva itinerante dal Solomon R. Guggenheim Museum e Guggenheim Museum SoHo di New York, al Centre Georges Pompidou di Parigi, fino al Deichtorhallen di Amburgo. Poche settimane fa ha installato sette vetrate nella storica Cattedrale di Magalone, alle porte di Montpellier, mentre la sua ultima opera in Toscana è stata inaugurata lo scorso giugno alla Fattoria di Celle: "Melencolia II", realizzata con il concorso dell’artista italiano Claudio Parmiggiani.

 

 
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