
Chris Ofili per abilità e fortuna, è divenuto un artista emblematico per
la nostra epoca. Nato a Manchester nel '68, è infatti personalità
significativa della Bad Painting e dell'ennesima rinascita della
pittura, eclatante modello della trasgressione ironica contemporanea, a
partire dalla scandalosa Madonna di sterco. Rappresentante tipico della
globalizzazione nell’arte, lui che, inglese di colore, ha universalmente
imposto un nuovo immaginario simbolico dell'africanità, miscelando
tradizione melanconica con vizi e virtù della cultura moderna.
Nell'ex sala da tè divenuta, dal 1909, padiglione dell'arte britannica
per la Biennale, Ofili riscrive alla sua maniera il mito dell'Eden: in
un rigoglioso paradiso terrestre tropicale si consuma il rituale amoroso
tra gli Adamo ed Eva dalla pelle nera, in abiti da sera demodé. E' una
danza flessuosa, fatta di carezze e morbidi abbracci tra i protagonisti,
circondati da palme e felci lussureggianti, in un'atmosfera intima e
notturna, illuminata da strani astri o pianeti primordiali.
Ofili costruisce una percorso narrativo decadente e kitsch ma nello
stesso tempo sensuale, ambientato in un'impenetrabile foresta,
sfolgorante di bagliori e di lustrini come una balera.
Un grande matrimonio mistico dell'uomo con la natura è descritto con le
tonalità piatte del nero, del rosso e del verde, i colori della bandiera
che, nel 1920, il nazionalista Marcus Garvey elesse a simbolo della
razza africana.
Tutto il padiglione inglese adotta i colori nel vessillo, con le stanze
dipinte dell'uno o dell'altro colore e nelle quali domina una sola
grande tela per volta (4 in tutto più una serie di opere più piccole),
mentre nel salone centrale campeggia una grande cupola di lame di vetro
che filtra e colora la luce, ricalcando la foggia delle stelle che
appaiono nelle tele.
L'originale pointillisme di Ofili, con inserti e supporti di sterco di
elefante, sembra rinunciare alla trasgressione dichiarata del dettaglio
esaltando invece la grande macchina evocativa costruita con la
collaborazione di David Adjaye.
L'Ofili visto a Venezia appare artista maturo, capace di competere con
il grande caleidoscopio di Olafur Eliasson al padiglione danese. Certo
Ofili apparirà meno invitante di Eliasson e quasi respingente, con il
caldo che rilassa lo sterco amplifandone l'odore penetrante e con le
pareti del rosso e del verde intenso che sembrano inghiottire ogni cosa
che le circondi. Eppure proprio in quel paradiso claustrofobico dai
colori insopportabili riemerge la vena trasgressiva dell'artista,
divenuta meno sfacciata ma più raffinata ed insidiosa.
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