Nella primavera del 1977 la punk band Sex Pistols lancia
l’irriverente singolo God save the Queen,
scuotendo le tensioni sociali sopite di una nazione
traumatizzata dagli attentati dell’IRA e dai duri tagli
alla spesa pubblica, proprio durante le celebrazioni in
occasione del Giubileo d’argento di Elisabetta II.

Panic Attack! celebra, seguendo un percorso cronologico di
ampio respiro, la ribellione artistica legata al fenomeno
musicale punk, dalla critica sociale alla presentazione
del paesaggio urbano come simbolo di alienazione.
Gli albori dell’arte punk coincidono con i lavori di
Jamie Reid, inventore dell’identità grafica dei Sex
Pistols e dell’iconica cover-collage per il singolo God
save the Queen.
Alla fine degli anni ’60 Reid era stato influenzato dalle
politiche rivoluzionarie studentesche e dal movimento
culturale francese che già utilizzava immagini come
propaganda; l’arte diviene risposta a problemi sociali
politicizzandosi e indirizzando il proprio potere
persuasivo contro le discriminazioni di ogni sorta.
Il commento sociale domina sia l’opera di Stephen
Willats, impegnato in foto-collage delle povere
housing estates dei sobborghi di Londra, sia il lavoro di
Martha Rosler, ben rappresentato dal video
Disclosure, girato nei sobborghi latinos di San
Francisco, riflessione sulla cultura di strada.
Il paesaggio urbano traumatizzato è invece protagonista
del film documentario dell’americano Gordon Matta-Clark,
nel quale l’artista taglia letteralmente la struttura
architettonica di un deposito abbandonato nel cuore del
porto di New York, simboleggiando una devastazione da
conflitto bellico.
Già dal 1970 l’arte punk utilizza la performance e il
linguaggio del corpo in linea con le riflessioni
sull’identità delle politiche femministe, la liberazione
gay e i movimenti del black power; Prostitution,
lavoro fotografico che documenta la performance del gruppo
COUM Transmissions, è una riflessione sul
sovvertimento delle regole sociali, l’uso della
pornografia un metodo trasgressivo per parlare dei diversi
linguaggi del corpo.
La fotografia viene spesso usata per documentare il nuovo
volto punk del paesaggio urbano e dei gruppi ai margini di
quest’ultimo; artisti, stelle emergenti del punk e
personaggi eccentrici finiscono sotto l’obiettivo di
Robert Mapplethorpe e delle sue famose Sex pictures
della scena punk americana.
Gli inizi degli anni ’80 vedono il movimento punk prendere
posizione nei confronti del potere dei media e del
linguaggio pubblicitario; Jenny Holzer, con i suoi
Inflammatory Essays, posters dai messaggi
sovversivi, designati a essere appiccicati ai muri urbani
e Tony Cragg, autore di ironici collage composti da
detriti e spazzatura.
La decisione dei curatori di far intraprendere alla mostra
un viaggio socioculturale di decenni appare tuttavia
alquanto dispersiva, dipanandosi dalle origini del
movimento punk alle connessioni con il messaggio
pubblicitario qui utilizzato in modo dissacratorio, per
finire con una fin troppo vasta panoramica degli
“influenzati” della cultura punk, dalla body art più
trasgressiva, al graffitismo urbano di Jean-Michel
Basquiat.
È l’interessante serie di Robert Longo, Men in
the cities, 1978-82, che a mio parere può
simbolicamente chiudere la mostra, raccontandoci,
attraverso disegni a grandezza naturale di uomini in
working suits dall’aggressività gesticolante, i problemi
di una moltitudine esausta e in stato confusionale.
“Sembra proprio che il gesticolare degli occupanti della
city esprima appieno i tempi in cui viviamo, questo
convulso attaccamento all’attimo”, l’autoanalisi di Longo
definisce il paesaggio urbano come stage per performance
oppure, se vogliamo spingerci agli estremi del messaggio
punk, come luogo prescelto per la materializzazione delle
idee sul conflitto sociale in guerra urbana.
Panic Attack!
Art in the Punk Years
Fino al 9 settembre 2007
Barbican
Art Gallery
tutti I giorni 11am-8pm, martedì 11am-6pm
Barbican Centre
London EC2Y 8DS