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ELISA GIOVANNINI

Elisa Giovannini sul Turner Prize

 

 

 

 
Il 5 dicembre 2005, nel corso di una trasmissione in diretta sull’emittente televisiva britannica Channel 4, è stato comunicato il nome del vincitore del Turner Prize.
 
I £ 25,000 del premio sono andati a  Simon Starling, in concorso con Shedboatshed (Mobile Architecture No.2), installazione di un capanno in legno protagonista di un vero e proprio pellegrinaggio, dall’elemento naturale della sua prima collocazione (le rive del Reno) all’artificialità delle sale d’esposizione della Tate, passando attraverso la trasformazione dello stesso in barca fluviale.
 
Si tratta di un’opera eco-concettuale che la critica non ha esitato a definire esempio di arte en amateur, più incline a essere classificata come fai da te, giudizio che coinvolge un’altra opera di Starling, Desert Run, in cui l’acqua, unico prodotto di scarto della bicicletta elettrica utilizzata da Starling per attraversare il Tabernas Desert, in Spagna, viene utilizzata per dipingere l’illustrazione botanica di un cactus.
 
Nell’intervista concessa a The Guardian subito dopo la premiazione, Starling, che descrive la propria arte come uno spazio libero di esplorare l’universo, definisce il lavoro dell’artista concettuale come manifestazione fisica di un processo mentale, difficilmente comprensibile senza le chiavi di lettura appropriate, arrischiandosi a un paragone con l’arte di Tiziano, il cui Noli Me Tangere non può essere compreso appieno da un pubblico ignorante di conoscenza biblica.
 
La scelta del vincitore continua una tradizione consolidata negli anni passati con la premiazione di artisti impopolari e opere inquietanti. Nel 2003 Grayson Perry vinse presentando scene di abusi nei confronti di bambini; nel 2002 fu la volta di Keith Tyson e l’abbozzo di false news giornalistiche costruite usando il quotidiano The Times, idea ovviamente accolta con freddezza dal mondo del giornalismo; nel 2001 Martin Creed risultò vincitore con una camera vuota illuminata da una luce guizzante, in un’apoteosi minimalista davvero poco convincente.
 
L’accusa di promuovere arte da amateur professionalism non ha fermato Nicholas Serota, direttore della Tate e presidente della giuria, dal conferire il premio a Starling, preferito, per il rigoroso processo di ricerca e l’abilità nel creare narrazioni poetiche, agli altri tre finalisti: Gillian Carnegie, pittrice di soggetti tradizionali quali nudi e paesaggi; Darren Almond, video artista di emozioni personali e storia sociale; infine Jim Lambie, con le sue psichedeliche figurine-scultura  poste sul pavimento coperto di nastro adesivo.
 
Il giudizio dei media non sembra scalfire la crescente popolarità del premio, vetrina annuale di proposte originali della giovane arte britannica.
Commenti come quello di David Lee, direttore della rivista d’arte The Jackdaw, che ha definito Turner Prize vetrina della mediocrità, non sono isolati, tanto che il sito della Tate conserva le “migliori” critiche rivolte agli artisti in concorso, dal 1984 a oggi; lettura interessante, per farsi un’idea dell’importanza mediatica del premio e degli interessi a esso legati.
 
Turner Prize 2005
18 ottobre 2005 –  22 gennaio 2006
 
Tutti i giorni, 10.00-17.50
Chiuso 24, 25, 26 dicembre
 
Tate Britain Millbank
London SW1P 4RG
 
http://www.tate.org.uk/britain/turnerprize/2005/
 
http://www.tate.org.uk/britain/turnerprize/history/critics.htm
 
http://www.channel4.com/culture/microsites/T/turner2005/simon_starling.html

Simon Starling, Installation view, Turner Prize 2005 exhibition © Tate 2005

Turner Prize è forse il più prestigioso appuntamento annuale per l’arte contemporanea in Europa, oltre che il più discusso, per l’ampio coinvolgimento dei mezzi di comunicazione e per l’allure di snobismo pretenzioso che accompagna l’evento.
 
Il premio, creato da Tate Britain nel 1984, presenta, a insindacabile giudizio di una giuria composta da famosi critici e direttori di gallerie, le opere più intessanti e innovative nel panorama dell’arte britannica emergente selezionate nei dodici mesi precedenti la nomination.
 
L’edizione 2004, caratterizzata dal protagonismo delle tematiche sociali, aveva decretato il successo di Jeremy Deller (Londra, 1966), impegnato nell’investigare, con l’ausilio di media differenti, tra cui performance musicali, fotografia e video, le più svariate espressioni della folk culture, soggetto vivo ed estremamente mutevole, dalle tendenze musicali acid-house ai riti e al vissuto comune a certi gruppi sociali.
 
Quest’anno, nella rosa dei candidati sono quattro artisti le cui motivazioni a prima vista sembrano avere davvero poco in comune.
 

  

Seguendo il percorso previsto dai curatori, il primo degli ambienti scelti per la mostra ospita i lavori di Simon Starling (Epsom, 1967).
Starling descrive il proprio lavoro come la creazione di una sorta di universo parallelo e se stesso come un operatore dell’inconsueto, riprendendo l’idea dell’artista concettuale Lawrence Weiner secondo cui l’arte nasce dall’insoddisfazione dei rapporti esistenti tra la persona e l’oggetto e dal tentativo di modificare appunto tale scontento.
La violenta opposizione al processo alienante derivato dalla globalizzazione pone Starling nella tradizione del socialismo utopistico di John Ruskin(1819-1900), William Morris(1834-96) e della produzione Arts & Crafts.
Impregnata di idealismo ottocentesco, con tutte le meravigliose contraddizioni che ne derivano, l’opera di Starling accusa il vuoto distruttivo dell’economia moderna.
 
In Shedboatshed (Mobile Architecture No.2) un capanno in legno sulle rive del Reno viene smantellato, trasformato in barca fluviale e successivamente ritrasformato in capanno, per trovare definitiva collocazione come oggetto in mostra.
Questa elaborata operazione ha determinato la modifica della primaria funzione di un oggetto (capanno-barca-oggetto da esposizione) nonché la sua ricollocazione nello spazio (terra-fiume-spazio artificiale della mostra) in un pellegrinaggio che conduce direttamente dall’elemento naturale all’artificialità della produzione.
 
Un percorso similare si deduce da Tabernas Desert Run, riflessione sugli sprechi energetici e le possibili risorse di energia pulita.
L’acqua, l’unico prodotto di scarto della bicicletta elettrica utilizzata da Starling per attraversare il Tabernas Desert, in Spagna, viene utilizzata per dipingere l’illustrazione botanica di un cactus.
 
Il contrasto tra l’installazione della bicicletta elettrica e l’immagine del cactus crea un effetto di comicità surreale, poiché l’elemento naturale, il cactus, è in realtà “artificiale” in quanto introdotto nell’ambiente desertico spagnolo solamente nel 1960, per esigenze di copione dei famosi spaghetti westerns.
I lavori di Darren Almond (Wigan, 1971) sono caratterizzati dall’ideale romantico di tempo sospeso nel ricordo e dalla preoccupazione di manipolare e rivisitare il trascorrere del tempo, attraverso l’uso di video, fotografia e scultura.
 
La video installazione If I Had You presenta il tema molto personale dei ricordi privati nell’analisi delle emozioni della nonna dell’artista che, per la prima volta dalla morte del marito, rivisita il luogo della luna di miele, la città di Blackpool, ricordando i momenti più felici; vediamo il suo volto pensieroso osservare in silenzio il video che mostra una coppia danzante, in una sala da ballo deserta.
 
L’acustica viene spesso utilizzata da Almond per manipolare la nostra percezione dello spazio; in questo caso si tratta di passi udibili negli angoli più lontani del perimetro dello spazio espositivo, suoni lontani e carichi di significato, come la delicata melodia per pianoforte che ricrea un’antica atmosfera.
 
Il terzo e quarto video sono legati alla poetica simbolista: la fontana d’acqua colorata suggerisce la fonte dei piaceri della vita, mentre le pale del mulino a vento luminescente, caratteristico della promenade nella città di Blackpool, alludono al ciclo della vita.
L’incontro tra presente e passato non potrebbe essere più lacerante; nostalgia, gioia, dolore sono sentimenti personali e collettivi, in un’opera che riflette sulla vulnerabilità di noi tutti.
 
I dipinti di Gillian Carnegie (Suffolk, 1971) sono all’apparenza intrisi di accademismo figurativo; il tecnicismo, la varietà di soggetti, i colori smorzati potrebbero risultare alquanto scontati e invece il risultato di tanta “precisa incoerenza” è interessante e misterioso.
 
Carnegie lavora in serie, ritornando spesso sulla stessa immagine o soggetto, proponendo sottili variazioni sul tema, che sia un ritratto o un paesaggio o un bouquet di fiori contenuti in una bottiglia di plastica.
Strati di colore di diversa densità convivono sulla medesima tela, in un effetto che ricorda un’arte povera intrisa di concettualismo.
 
Le sue black paintings, tra cui Black Squares 2002 e 2004 fanno riferimento alle celeberrime tele di Malevich, giocosamente reinventate modificando la tradizione monocroma a favore di un paesaggio convenzionale.
 
Carnegie si muove abilmente per ricusare interpretazioni definitive, chiudendosi in una sorta di ermetismo che sembra nascondere la natura stessa del processo pittorico, lasciando l’artista completamente in controllo del significato del proprio lavoro.
 
Jim Lambie (Glasgow, 1964) presenta in The Kinks un inquietante mondo psichedelico, espressione dell’elemento effimero della modernità.
Le grandi installazioni coinvolgono intuitivamente il visitatore, incuriosito e attratto dall’energia visiva comunicata da questi giganti emblemi del materialismo.
Lambie ci porta a scoprire un mondo irreale dalle caratteristiche molto reali, ben rappresentato dai giganteschi uccelli multicolore muniti di luccicanti borsette a mano.
 

 

Lambie utilizza svariati materiali, tra cui ceramica, legno, t-shirts, specchi, vernice, combinati ai procedimenti del collage e dello stitching, vero e proprio rituale che enfatizza gli oggetti fino a trasformarli in icone-feticcio.
Questo stravagante universo colorato, effimero come la società che si propone di mettere in scena, si ispira alla a una sorta di minimalismo-pop, in cui si possono anche trovare riferimenti alla concettualità giocosa di un Jeff Koons.
 
Nemmeno l’ambiente espositivo è immune dalle trasformazioni-feticcio imposte agli oggetti; il pavimento si presenta infatti completamente imprigionato nel nastro adesivo, a costituire un ipnotico effetto zebrato di grande dinamismo visivo.
 
I paesaggi da sogno di Lambie inducono a riflettere sul vero significato di oggetti apparentemente insignificanti, trasformati dall’artista in icone pop, cariche dell’energia e della vitalità di una messa in scena teatrale.
 
Quale sarà dunque l’elemento vincente del Turner Prize 2005?
L’universo atemporale di Almond, l’ermetismo di Carnegie, il minimalismo psichedelico di Lambie oppure la creatività narrativa di Starling? Non resta che aspettare fino al 5 dicembre 2005, giorno in cui, tramite diretta televisiva su Channel 4, verrà annunciato il nome del vincitore che insieme all’interesse dei media si aggiudicherà la notevole somma di £25,000, ulteriore motivazione a favore di chi giudica il Turner Prize come l’equivalente artistico dei vestiti nuovi dell’imperatore, ovvero un premio cinicamente architettato per promuovere l’interesse di un’élite di compratori, critici e direttori di gallerie, nonché vetrina pubblicitaria per elevati interessi economici; comunque sia si tratta di un evento mediatico molto seguito che annualmente contribuisce all’affermazione di artisti emergenti e alla buona salute del mercato dell’arte britannico.
 
Turner Prize 2005
18 ottobre 2005   – 22 gennaio 2006
 
Tate Britain
Millbank
London SW1P 4RG
 
Tutti i giorni, 10.00-17.50
Chiuso 24, 25, 26 dicembre
 
http://www.tate.org.uk/britain/turnerprize/2005/
 
5 dicembre 2005, premiazione in diretta su Channel 4.
 
I membri della giuria del Turner Prize 2005 sono:
Louisa Buck, London contemporary art correspondent, The Art Newspaper
Kate Bush, Head of Art Galleries, Barbican Art Gallery
Caoimhin Mac Giolla Leith, art critic and Lecturer, Modern Irish Department,
University College Dublin
Eckhard Schneider, Director, Kunsthaus Bregenz
Nicholas Serota, Director, Tate and Chairman of the Jury

 

   

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